sabato, settembre 22, 2018
Eating Out

CREMINO, PINGUINO, MOTTARELLO: IL RE DEI GELATI DA SPIAGGIA

Nel secondo dopoguerra, l'industria dolciaria italiana ha dato i natali ai gelati confezionati. Il primo, il più diffuso e amato, è stato il Pinguino (anche detto Cremino o Mottarello)

L’estate è tempo di gelati. In estate, la zonizzazione ‘gelatesca’ è la seguente: in spiaggia si mangiano quelli industriali; nei centri cittadini, nei corsi delle località balneari, quello artigianale.

Lasceremo da parte le anabasi di turisti che dal bagnasciuga abbandonano le onde per la disperata ricerca del miglior cono del centro, e ci dedicheremo alle file chilometriche davanti agli stabilimenti per comprare un gelatuccio appena uscito dalla linea di produzione.

Il gelato industriale, onore e vanto dell’industria dolciaria italiana

Il boom del Dopoguerra ha dato il via alla creazione dei primi gelati confezionati per i bar o, nel nostro caso, per gli stabilimenti balneari. Cominciano a vedersi, dunque, i primi frigoriferi a pozzetto e le prime réclame.

Esordisce così il Re assoluto degli stecchi: il Cremino, Pinguino o Mottarello

Le sue origini si perdono nel tempo. Alcuni lo fanno risalire al gelataio Pepino, che lo sperimenta a Torino nel 1884. Altri ne danno i natali a Nervi, mentre altri ancora credono di averlo visto sciogliersi nel 1920 tra le mani di un bimbo americano, nel negozio di caramelle Nelson.

Sta di fatto che, in tutti e tre i casi, il miracolo del cremino non sta né nel cioccolato né nel cuore di panna. Il segreto del cremino è tutto nel suo stecco.

 

Il cremino e i suoi molteplici utlizzi in spiaggia

In spiaggia, sotto il solleone, i bambini imbruniscono più per il rivestimento che sciogliendosi gli fodera le braccia che per la tintarella. Le mamme, previdenti fino all’isteria, pensano a tutto per proteggerli dal sole: cappellini e creme che li metterebbero al sicuro perfino dalle radiazioni del plutonio. Nulla possono, però, contro lo squagliarsi della panna e lo scagliarsi della copertura di cioccolato. E c’è anche di peggio: il crollo. Capita a volte che il cuore di panna si spezzi e voli giù dal tronco, finendo per ‘pollocchizzare‘ le maglie fresche di bucato dei pargoli.

Ai ragazzini poco importa. L’obiettivo del mangiare il pinguino è arrivare allo stecco. Dà un po’ fastidio la sensazione del legno sulla lingua, è vero, e uno teme sempre che si scheggi e finisca per ferirti (mai successo realmente), ma alla fine, lo sforzo è ripagato.

Lo stecco, in spiaggia, diviene un attrezzo pari a secchiello e paletta. Alzi la mano chi non ha mai sfruttato l’attrezzo per bloccare la leva del biliardino e far sì che, a ogni gol, la palla non si blocchi e torni a disposizione dei giocatori-truffatori.

Dopo aver giocato per un paio di giorni al calciobalilla senza soluzione di continuità, ecco che le carcasse dei cremini diventano aste per bandiere, ponti levatoi e croci sui castelli di sabbia. Oppure finiscono per essere guarnizioni per le piste delle biglie.

Una volta procuratisi l’attrezzatura di gioco con gli stecchi, i piccoli bagnanti possono davvero concedersi il piacere di un gelato. E dunque spazio al Piedone (esiste ancora?) con i suoi colori sgargianti prodotti con chissà che cosa; oppure al Liuk o al Cucciolone, il primo con lo stecco in liquirizia capace di trasformarti le mani in una colla moschicida, il secondo con boiate – spacciate per barzellette – graffite sul biscotto esterno.

Algida, Sammontana, le vecchie Eldorado e Sanson: grazie per le vostre trovate! L’estate italiana non sarebbe stata la stessa senza di voi. E sì, a noi millennials ci mancate quanto i videogiochi cabinati e i tappeti elastici.

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Ficetola Barbara
Mi chiamo Barbara Ficetola e vissi d’arte. Prima ho frequentato l’Istituto d’Arte, e poi l’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Ah, permettetemi di raccontarvi una leggenda. Immaginate una laureanda alla presentazione della propria tesi. Una commissione immancabilmente distratta, al pari della relatrice di tesi. Poi la ragazza comincia a narrare: parla d’arte, e di come farla percepire ai non vedenti del centro bolognese “Francesco Cavazza”. L’arte visuale per eccellenza da una parte, dall’altra chi non può goderne. Leggenda vuole che i ciechi videro, e la relatrice distratta pianse. Strane storie le leggende. Non hanno futuro. Non hanno passato. Ma lasciano visioni del mondo. La mia visione artistica ora la dedico a Foodiestrip. E, promesso, non mi occupo più né di futuro, né di passato, né di leggende.