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domenica, Ottobre 20, 2019
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IL TROFEO MATTEOTTI 2019, ARROSTICINI E CAMPIONI

Pescara; Trofeo Matteotti, 22 settembre 2019. Gara ciclistica.

Il gruppo è multicolore e quasi 200 uomini magrissimi, tirati e in lycra, spingono le loro biciclette (in carbonio, stupende, opere d’arte a pedali) a circa 50 km/h.

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Qualcuno è più interessato al risultato, altri si fanno una sgambata prima degli ultimi impegni della stagione. Altri, invece, hanno tutta l’intenzione di mettersi in mostra.

A vincere sarà Matteo Trentin: corridore di razza, motore potente, finisseur, uomo da classiche, ex campione europeo e capitano della nazionale per il prossimo Mondiale di ciclismo.

Di quelli che stanno al trofeo per far da corteo o direttori di gara, invece, quasi tutti allungano la mano e al volo prendono un arrosticino. Siamo in Abruzzo, e la corsa è anche – e per alcuni soprattutto – una festa godereccia.

Direttori sportivi australiani, kazaki e americani: tutti, dalle ammiraglie, allungano il braccio a chi gli offre questo scettro abbrustolito.

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Per un ciclista in corsa, invece, mai ci fu piatto meno indicato (e se qualcuno ha fatto uno strappo alla regola, noi non l’abbiamo visto). Mai, però, ci fu piatto più romantico. Non c’è la lanetta né i colori bigi e pastello; non c’è il bianco-e-nero; non c’è Bartali né Ercole Baldini, la locomotiva di Forlì. Ma ci sono gli arrosticini e uno spirito da ciclismo leggendario.

Insomma, c’è il Trofeo Matteotti, che è folclore, Abruzzo e gara vera. La classica italiana più a sud d’Italia.

Noi ci siamo stati e ve la raccontiamo, per una volta virando da quella che è la nostra solita narrazione.

Il Trofeo Matteotti

Il Trofeo Matteotti che si è appena concluso è giunto alla 72esima edizione. Non è solo la classica più a sud d’Italia, ma è anche una delle corse più antiche dell’Uci Europe Tour. La corsa è nata nel 1945 per onorare Matteotti, assassinato venti anni prima dai fascisti su ordine di Mussolini, e festeggiare la fine della guerra.

L’albo d’oro vanta i più grandi campioni della storia del ciclismo italiano. Una volta si correva ad agosto e, per tre edizioni, ha assegnato il titolo di campione d’Italia. È successo nel 1965, 1975 e 1995; i vincitori? Tre mostri sacri come Dancelli, Moser e Bugno. Oggi, la corsa è stata definitivamente spostata a settembre, così da preparare la Nazionale di Cassani al Mondiale.

E in questo senso, il Trofeo Matteotti è veramente indicativo. A Trentin, che ha vinto domenica e guiderà gli azzurri nel Mondiale di Yorkshire, farà piacere sapere che ben sei corridori hanno vinto il mondiale dopo aver trionfato in Abruzzo (Ercole Baldini, Marino Basso, il compianto Felice “Nuvola Rossa” Gimondi, lo “Sceriffo” Moser, Moreno Argentin e Gianni Bugno). Anche il due volte Campione del Mondo Paolo Bettini ha vinto il trofeo, seppure in anni diversi rispetto ai suoi trionfi iridati.

Oltre a loro, al Matteotti sono stati baciati dalle miss giganti come l’“Homme de fer” Gino – Ginettaccio – Bartali o come Roger De Vlaeminck, “Monsieur Roubaix” (o, se preferite, il “Gitano di Eeklo”), 4 volte primo all’Inferno del Nord, la Parigi-Roubaix. E poi ancora – e più recentemente – grandi corridori come Frank Vandenbroucke, Pippo Pozzato e Danilo Di Luca.

Stefano Giuliani, il Gran Maestro del ciclismo abruzzese

Il direttore tecnico del Trofeo Matteotti è Stefano Giuliani, un mostro sacro del ciclismo abruzzese degli anni ’80 e oggi direttore sportivo della Giotti Victoria Palomar.

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Sulla destra, Stefano Giuliani

Padre e guida per i suoi ragazzi, tutti giovanissimi da lanciare o rilanciare, Giuliani è stato tra gli ideatori del sodalizio italo-giapponese Nippo Vini Fantini e da anni prova a crescere le nuove leve del ciclismo nostrano.

Da ciclista ha vinto due tappe al Giro d’Italia e ha vissuto l’era del duello rusticano Saronni-Moser, parteggiando per il secondo per forza di cose (sono stati compagni di squadra dal 1983 al 1988).

Da dirigente, invece, ha lavorato anche per la Cantina Tollo e la Mobilvetta. Come dice lui stesso, è stato capace di fare tanto con poco e sognerebbe di fare tantissimo con tanto. Nel frattempo, però, ciò che tocca evolve sempre. Sta succedendo con la sua ex squadra, la Nippo Vino Fantini, e lo stesso capita con quella attuale, la Giotti Victoria Palomar, squadra Continental che lui stesso ha ideato e che, quest’anno, ha vinto – tra le varie vittorie europee – una tappa al Giro di Sicilia con Stacchiotti.

E, con lui alla direzione, sta crescendo anche il Trofeo Matteotti, nel quale domenica si è presentata l’intera nazionale italiana. O meglio, un abbozzo di quella che sarà l’Italia del Mondiale di Yorkshire (Stacchiotti ha corso con Trentin in azzurro).

La corsa

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Il gruppo, con il campione italiano Davide Formolo in prima fila

Il Matteotti prevede un circuito da 15 km da ripetere per 13 volte (per un totale di 195 km) che si distende all’interno di Pescara e sulle colline circostante. Il traguardo era su Piazza Duca degli Abruzzi e Matteo Trentin l’ha tagliato per primo dopo 157 km di fuga.

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Il podio, con Trentin in maglia azzurra, Amador della Movistar (secondo) e Daniel Savini della Bardiani CSF

Una fuga a quattro, partita dopo 38 km dall’avvio e presto tramutatasi in una volata a 3.

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I fuggitivi

Negli ultimi metri, infine, l’ex campione Europeo ha facilmente regolato il corridore della Movistar Amador (secondo) e Daniel Savini.

Ma oltre al gruppo e ai fuggitivi, dove l’immenso talento di Trentin è emerso (con il fenomeno Van Der Poel, Trentin è il principale favorito per il prossimo Mondiale), lo spettacolo è stato dato dagli spettatori e dallo staff di Stefano Giuliani. È qui che la tradizione mangereccia abruzzese ha colorato uno sport che è popolare per ambientazione e spirito, nonché estremamente sofisticato per metodi di preparazione tecnica e fisica.

Il Trofeo Matteotti 2019 somiglia a quello del ’49

Intendiamoci, l’unica somiglianza è nella voglia di competere e in un’atmosfera genuina, in cui ai bibitoni, ai dolci e ai gel si affiancano la tradizione e la cucina abruzzesi. E non è che quest’ultime siano un esempio di leggerezza. In corsa, soprattutto ai dirigenti nelle ammiraglie, sono stati offerti arrosticini, polpette, peperoni ripieni e timballo abruzzese. Insomma, vedete da voi che non appartengono alla dieta abituale di atleti che devono abbattere la propria massa grassa.

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Il team organizzato da Giuliani davanti all’ammiraglia della sua Giotti Victoria Palomar

In un uomo in peso forma, la massa grassa si aggira attorno al 16-18%. Nel corridore, questa percentuale può scendere fino al 4-6% (per evitare gravi prooblemi di salute, non deve mai sfiorare il 3%). Froome, il kenyano bianco che negli ultimi anni ha dominato i grandi giri, è alto 1,86m e in corsa pesa attorno ai 69 kg (non è una percentuale incredibilmente bassa, poiché vicina al 9,8%).

Un tempo, in quelli ricordati dallo spirito e dall’ospitalità sui generis del Trofeo Matteotti, i ciclisti in corsa bevevano cognac o vino, oppure “gli acquaioli” si fermavano nei bar per prendere gazzose, acqua e birre. E poi mangiavano panini (dolci, con burro, o salati).

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Stefano Giuliani scherza con un mega panino in corsa nel 1988. Alle sue spalle, col casco colorato, un giovanissimo Mario Cipollini

Oggi, in corsa si mangiano banane e piccoli panini con marmellata o dolci in generale. A inizio gara spesso si vedono bere bibite gassate, poiché molto zuccherate (una Coca Cola ha poco più di 300 kcal).

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Arrosticini, però, non si mangiano mai. Le proteine della carne, infatti, sono molto indicate nel giorno seguente alla gara, ma non lo sono mentre si è in bici. I muscoli vanno a glicogeno, che viene raccolto e trasformato dall’assunzione di carboidrati. I carboidrati complessi danno energia a lungo termine; quelli semplici sono utili per essere rapidamente assimilati e sfruttati.

Le proteine degli arrosticini di castrato, invece, sono decisive per ricostruire le fibre muscolari il giorno seguente allo sforzo. Lo stesso vale per gli altri piatti abruzzesi offerti. D’altronde, immaginate di pedalare per 200 km con i peperoni ripieni sullo stomaco, o con il castrato che fa capolino quando si pedala ad una frequenza di 80-90 rpm (100, se ti chiami Froome e spari una frullata delle tue in salita). E preoccupa anche il dirigente alla guida di un’ammiraglia come quella della Education First. Loro, americani, chissà se sono abituati al timballo abruzzese, che è l’ideale per facilitare un pisolino postprandiale.

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In conclusione, al Trofeo Matteotti si è onorato il ciclismo moderno (con la vittoria di un talento luminoso e uno dei migliori corridori da classiche del mondo come Trentin) e quello leggendario. Quello di Bartali, che era abituato a bere vino, mangiare bistecche e fumare prima della gara (in allenamento, era solito portarsi un panino farcito con bietola e frittata).

Insomma, si è onorata la storia di uno sport popolare, capace di essere tecnologico e romantico allo stesso tempo. Anzi, a ritmo (di pedali).

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.