mercoledì, novembre 14, 2018
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ITINERARI, GASTRONOMIA E TRADIZIONE: SAN BENEDETTO DEL TRONTO, LA RIVIERA DELLE PALME

Iniziamo il viaggio nelle città e province d’Italia partendo da casa nostra, come farebbe qualunque viaggiatore. San Benedetto del Tronto, la Riviera delle Palme narrata dagli scrittori che l'hanno visitata; e poi la sua identità, i suoi piatti tipici...

Dicono di lui: San Benedetto del Tronto

Nuttate de luna è l’inno di San Benedetto. Scritta negli anni ’30, narra la trepidante nottata di una donna che attende il ritorno del suo amato uscito per mare

«Eravamo al principio di settembre, speravo di avere davanti a me un’intera stagione di bagni di mare nell’Adriatico e restai molto deluso quando arrivando a San Benedetto del Tronto, trovai tutti gli alberghi prossimi a chiudere. In quello che mi fermai ero l’unico ospite. Senza più bagnanti né turisti la cittadina riprendeva il suo aspetto genuino. Le barche da pesca uscivano dal porto a due a due. Vorrei sapere se le barche degli altri porti dell’Adriatico hanno vele così belle, decorate, per coppie, con strane insegne, con figure multicolori arieggianti quelle di stemmi … si dispiegavano splendide sul tappeto ceruleo del mare, rievocando i tempi delle crociate e tutto un passato glorioso».

Le parole di Andre Gide, premio Nobel per la letteratura e uno degli scrittori più importanti del ‘900, si riferiscono ad una San Benedetto del Tronto che allora, nel 1896, era un paese di pescatori con pochi hotel in chiusura per la fine della stagione. Di quel popolo, ancora orgogliosamente e testardamente identitario, sempre chino a tracciare un solco netto tra “noi e voi”, Gide diceva anche: «La singolare cadenza di quel dialetto che si estrania da tutti gli altri delle Marche e dell’Abruzzo, un dialetto di adusti corsari provenuti chissà da quale parte del sud…».

Alle origini corsare (nell’antica Truentum sono stati trovati resti archeologici del popolo marinaro dei liburni, i creatori delle navi poi adottate dai romani) i sambenedettesi sono legati profondamente.

In città, come un mantra, si ripete il brano del giornalista Piovene, che negli anni ’50 fu incaricato dalla Rai di fornire un quadro dell’Italia d’allora. Di San Benedetto del Tronto disse: «Sono così diversi da tutti gli altri delle Marche, da costituire una specie di colonia e di razza a parte. Di fronte al marchigiano quieto, abitudinario, classico, gli abitanti di San Benedetto sono fantastici, violenti, pronti alla rissa, ed hanno anche nel fisico qualcosa di orientale e di saraceno. Quelle caratteristiche di colonia eccentrica, diversa dalla terra che li circonda, proprie in generale dei porti, si scorgono perciò più nella piccola San Benedetto del Tronto che nella grande Ancona».

La città e l’identità del suo popolo

San Benedetto del Tronto, con Grottammare – “La perla dell’Adriatico” tanto apprezzata da Franz Liszt – e Cupra Marittima, forma la Riviera delle Palme. La vocazione turistica che ai tempi di Gide era agli albori soppianta oggi quella marinara. Quella che era la seconda flotta peschereccia d’Italia, sorella di Viareggio a cui i sambenedettesi hanno anche lasciato un piatto tipico della tradizione toscana, si è ridotta a causa di una crisi che ha colpito l’intero settore. Tra i primi marinai dell’Adriatico ad avventurarsi in Atlantico, in questo terzo millennio i sambenedettesi possono vivere una vita intera senza salire su una barca.

Di conseguenza, della loro storia oggi percepiscono – concretamente – poco o nulla. I giovani non vedono l’ora di fuggire all’estero o in grandi città per poi ritornare, riportando in dote nuove esperienze da narrare come i nonni che, tra i primi, videro Dakar. E lo fanno con la stessa spocchia e la stessa ingenua prosopopea, quella che fanno di San Benedetto una città di provincia con l’arroganza di una capitale.

Qualsiasi altro popolo si sarebbe scisso e sarebbe andato incontro ad una crisi identitaria profonda. Non i sambenedettesi. Perché se è vero che il popolo marinaro è sempre meno marinaro, è anche vero che la loro Storia i sambenedettesi l’hanno talmente interiorizzata da trasformarla in una vera e propria Weltanschauung.

In loro, l’essere di confine tra Marca e Regno (a San Benedetto del Tronto si dice ‘rreggnarsi’ per picchiarsi), i secolari rischi di burrasca o quello dello sbirro di dogana si sono inveleniti in un sangue che continua a costruire l’intera identità di popolo.

Questo particolare senso di sé li separa volontariamente da tutti gli altri popoli confinanti. Anconetani, ascolani (soprattutto gli ascolani!), teramani, pescaresi, fanesi, giuliesi… I sambenedettesi ce l’hanno con tutti e “odiano” tutti. Ma non lo fanno davvero. Sono marinai. Arroganti, spocchiosi, verbalmente rissosi. Gente talmente diretta da sconfinare nella scortesia. Gente di mare e quindi gente di mondo. Gente di cuore. Tutto il loro “grullà” (brontolare, arrabbiarsi) è solo un tarlo che roderà sempre il sambenedettese. Una tortura della goccia cinese che rimbomba nelle pareti cerebrali di ogni sambenedettese. Rintrona, ripetitivo, e sibila:

Noi non siamo come voi

Noi non siamo come voi

Noi non siamo come voi

Noi non siamo come voi

La tavola dei sambenedettesi: il piatto tipico per eccellenza

Il brodetto alla sambenedettese

Piatto tipico della città è certamente il brodetto di pesce alla sambenedettese. La sua nascita (che secondo alcuni avrebbe portato allo sviluppo del caciucco vista la grande vicinanza tra viareggini e sambenedettesi) è avvolta nella leggenda. Certamente è nato a bordo delle paranze. Certamente dopo la scoperta dell’America (nel brodetto si usa il pomodoro). La particolarità è l’aceto o, secondo alcuni, il vino bianco inacidito, che i marinai bevevano anche stemperato in abbondante acqua. L’aceto serviva anche a eliminare l’odore non freschissimo di quei pesci poveri che i marinai tenevano per sé (questo, almeno, narra la leggenda). Dal pranzo di bordo il piatto è sceso sulla terraferma, diffondendosi in particolare nelle casette basse di via Laberinto, una via ancora esistente a San Benedetto del Tronto.

Presente anche all’Expo 2015, il brodetto alla sambenedettese si è dotato di un disciplinare ed è uno dei più rinomati assieme a quelli di Fano, Ancona, Porto San Giorgio e Porto Recanati.

Quello sambenedettese è bianco, con pomodori verdi, aceto, cipolle, peperoni e fette di pane abbrustolito. Nella zuppa sono immersi i 12 apostoli: seppia e polpo, coda di rospo, Vocch’n’cape (sentite la cadenza napoletana nella versione dialettale del pesce prete?), mazzolina, scorfano, rana pescatrice, resciule (triglie), palombo a fette, gattuccio, razza occhiata, vesbana (busbana).

Questi sono praticamente obbligati, anche se c’è chi ne mette meno e chi di più (fino a 17 alcuni e altri addirittura fino a 21).

La tavola dei sambenedettesi: i piatti e le bevande a corollario

Rospo in potacchio

Uno dei piatti più diffusi non solo a San Benedetto è la coda di rospo in potacchio. La coda di rana pescatrice viene cotta in padella con ingredienti tipicamente mediterranei come pomodorini, aglio, olio e rosmarino. All’intingolo si aggiunge il vino bianco, oltre all’olio e al sale.

Caffè del Marinaio

Altro caffè nato a bordo dei pescherecci come lo è la moretta fanese, il caffè del marinaio lo preparano nelle case sambenedettesi e in pochi ristoranti della Riviera, anche se negli ultimi 3 anni c’è chi ha provato a commercializzarlo con buon successo. Cannella, caffè sport Borghetti, sambuca e rum. Soprattutto rum.

In conclusione

San Benedetto del Tronto è una città di mare a vocazione peschereccia e turistica. Come tutte le città di questo tipo, dorme d’inverno (più o meno) e s’eccita d’estate. Il mare ne è il centro. Il mare sostiene i sambenedettesi e gli dà da mangiare. In tutti i sensi.

Un video ben fatto e promosso dal Comune di San Benedetto del Tronto, emozionale e forse un po’ retorico, nel quale è evidente, però, il legame che i sambenedettesi hanno con la città e le loro tradizioni

Foto di Roberto Taddeo, Fabio Curzi, Marco Arbani

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.