lunedì, ottobre 15, 2018
Eating Out

IL MOCKTAIL: UN COCKTAIL SENZA ALCOL

Depurarsi con un cocktail? Si può, basta ordinare un mocktail

“Mock” in inglese vuol dire falso, e dunque i mocktail sono cocktail analcolici, e quindi simulati per mezzo delle abilità dei bartender, che sono riusciti a sostituire l’alcol nelle loro creazioni.

I mocktail sono quindi creazioni analcoliche che, nate dalla fantasia dei migliori barman (non fidatevi di vostro “cuggggino” che s’improvvisa, o del barista atteggiato a nuovo Jerry Thomas), mixano succhi di frutta a bevande gassate, sciroppi a tinture e bitter.

La frutta chiaramente la fa da padrone, e piegata alla fantasia del creatore riesce perfino a simulare l’alcol. In effetti, e purtroppo per gli astemi e i salutisti, l’alcol rende particolarmente piacevoli gli accostamenti con il cibo grazie alla sensazione di calore, alla pastosità, alla pienezza e all’acidità di cui è portatore.

Per questo, i migliori bartender sono in grado di simulare i sentori alcolici grazie all’utilizzo di elementi nuovi, magari riscoperti dopo anni di declino, come peperoncino, alghe ed erbe aromatiche.

Lo zenzero, ad esempio, non fa solo bene ed è depurativo, ma è anche stato l’ingrediente di una bevanda – un mocktail ante-litteram visto che si era ancora (!) nel 2015 – creata dallo stellato Moreno Cedroni in occasione di una settimana della Sicurezza Stradale indetta dalla Guida Michelin tre anni fa.

Dunque, i mocktail rappresentano una nuova frontiera del bartending, che oggi sembra essersi sviluppato in una sorta di proibizionismo al contrario: non più leggi dello Stato moralistiche, ma tendenze morali e modaiole; non più alcol illegale prodotto in cantine buie, ma “cantine” che l’alcol legale l’hanno bandito.

Ma al di là dello status di “Tendenza-in-ambito-food”, quella del mocktail può essere una buona abitudine, sia per gustare delle preparazioni che richiedono del bartending di qualità, sia per i tremendi problemi che l’alcol crea durante le serate di svago giovanile.

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.