mercoledì, novembre 14, 2018
CLUETRAIN MANIFESTO, FAKE REVIEWS, WEB REPUTATION
Foodies Legends

CLUETRAIN MANIFESTO, FAKE REVIEWS, WEB REPUTATION. FOODIESTRIP!

A quasi 20 anni dal primo Cluetrain Manifesto si è passati dal mercato che è conversazione, al mercato delle conversazioni. La web reputation, condizionata dai fake, è divenuta un affare miliardario. Ecco chi combatte il sistema

Diciannove anni fa, i primi anni di internet avevano generato un tale entusiasmo da essere tradotto nel Cluetrain Manifesto. “I mercati sono conversazioni” recitava il primo punto di quelle 95 tesi. Semplificando un manifesto che era principalmente indirizzato alle aziende, di base c’era la convinzione che internet fossimo “Noi”. Tutti “Noi”.

Ma tutti noi siamo pesci da funnel, l’“imbuto” che ogni azienda crea per le conversioni (ossia vendere). Dalle conversazioni alle conversioni. E dal mercato che è conversazione, al mercato delle conversazioni. Il ribaltamento era già insito nella prima tesi del Cluetrain del ’99, e lo stesso gruppo è corso al riparo, nel 2015, con altre 121 tesi, troppo naif per essere prese davvero sul serio (almeno fino ad oggi). Anche perché, le conversazioni hanno costruito la reputazione (la web reputation) e la web reputation vende che è una meraviglia. Credibilità? Poca.

Le recensioni, le opinioni dei consumatori, si acquistano un tanto al pezzo, e il mercato ingrassa a suon di milioni di dollari. Si chiama astroturfing, e punta alla produzione di false recensioni per aumentare l’appetibilità e dunque la vendita di prodotti, siano essi soggiorni in hotel, cene al ristorante, o libri di giardinaggio.

I più colpiti sono i grandi siti di e-commerce come il giapponese Rakuten, l’americano Amazon o la piattaforma di viaggi e ristorazione Tripadvisor. A colpirli ci sono gruppuscoli “d’ottimizzazione” e agenzie di buon calibro, che fanno pagare intorno ai 10 € una recensione positiva o una negativa. Emblematico il caso del 2015, quando Amazon fece causa a 1114 persone che, al modico prezzo di partenza di 5 dollari, creavano fake review per mezzo della piattaforma di piccoli lavori Fiverr. Un altro esempio è quello di Tripadvisor, che è stato ripetutamente coinvolto in casi di ristoranti inventati di sana pianta e portati in alto nelle classifiche con una serie di recensioni posticce.

Secondo uno studio condotto su 60 imprese di e-commerce e piattaforme di review dalla “Direzione generale della concorrenza, del consumo e della repressione delle frodi” francese, il 35% delle recensioni sono manipolatorie, strumentali e dunque false. Un numero enorme, soprattutto se considerato che le recensioni negative fanno desistere dall’acquisto il 74% dei consumatori, mentre quelle positive influiscono sul 41% di essi (dati di uno studio condotto da Rakuten-PriceMinister in collaborazione con La Poste).

Eppure, le armi per combattere un mercato simile si stanno evolvendo. Quei naif che in linea col Cluetrain vogliono ricordare «a questi Titani della [Silicon] Valley i valori della rete che sono stati la loro fonte di ispirazione» si chiamano ReviewMeta, Review Skeptic o Fakespot. Esempi americani, indirizzati alla ricerca di false recensioni principalmente per Amazon, Yelp, Tripadvisor e per il settore hospitality.

Non mancano esempi italiani, però, come Reviewland e FOODIESTRIP, entrambe esperienze nate per mezzo dell’appoggio di università e centri di ricerca (la Normale e il CNR per Reviewland, l’Università di Camerino per FOODIESTRIP). Tutte queste esperienze sono praticamente all’inizio, e tutte si basano sul machine learning, ossia la capacità delle macchine di apprendere dai dati acquisiti e dall’esperienza. Tra queste, solo FOODIESTRIP ha anche un app con social annesso e si dedica direttamente alla creazione di recensioni proprie, basate su questionari capaci di auto-apprendere in base alle risposte degli utenti.

«Non si è mai avuto uno strumento con uno scopo così generico dall’invenzione del linguaggio», recita uno dei punti del nuovo Cluetrain Manifesto riferendosi al web. Vero, ma internet, come il linguaggio o la politica, ha bisogno di credibilità per essere di servizio a “Noi”.

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.