venerdì, luglio 20, 2018
Cucina moderna Futurismo - foodiestrip
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LA CUCINA MODERNA È IN DEBITO CON IL FUTURISMO

Nel febbraio del 1931 Marinetti pubblica "Il Manifesto della Cucina Futurista". Nonostante alcune tesi strampalate, la cucina moderna gli è enormemente debitrice

Il 20 febbraio 1909, “Le Figaro” pubblica il Manifesto del Futurismo, scritto da Tommaso Filippo Marinetti. I primi 3 punti declamano:

  • Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
  • Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
  • La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
“Rissa in Galleria”, dipinto di Umberto Boccioni, 1909

Quello dei futuristi è un richiamo al vitalismo esasperato, alla voglia di trovare una nuova estetica a scapito e prescindendo dall’etica e dalla morale. Il nono e il decimo punto recitano:

  • Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
  • Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

Un po’ fascisti, un po’ libertari; un po’ machisti e un po’ coglioni  (nel senso di spacconi, provocatori e novatori forzati), alla base del Futurismo c’era l’idea di essere entrati in un’epoca senza precedenti, per la quale era necessario rileggere l’intero spartito della vita. Lo spirituale passava la mano ad un misticismo ed esoterismo da trippa al sugo, mentre dal fischio della locomotiva e dall’ “urlo” della materia si otteneva la parafrasi del quotidiano. Come per i suprematisti russi, c’era da “fondere per fondare”. E per farlo, chi poteva essere migliore del futurista, l’uomo-intellettuale-eroe, frutto del superomismo?

“Dall’Aquila sul cappello, al pappagallo sull’uccello”

Fortunato Depero, 1926/27, pubblicità futurista per Campari

Poesia, letteratura, pittura, danza, architettura, teatro, scultura… Nulla rimaneva fuori dall’analisi futurista. Ma dopo la Prima Guerra Mondiale e gli anni ruggenti del movimento, a un Marinetti 54enne cominciò a premere meno il giovanilismo da Arditi o Sansepolcristi e più la questione di panza.

Il 20 gennaio 1931, su “La Gazzetta del Popolo” di Torino, esce il Manifesto della Cucina Futurista. Era ora! A preparare l’Italia all’“igiene della guerra” ci sta pensando Mussolini, per cui ai futuristi non rimane che dedicarsi a ciò che sempre hanno fatto: godere dei loro privilegi alto-borghesi, assecondare follie e stranezze come quelle della Divina Marchesa (performer ante litteram, precorritrice della body art e amante di D’Annunzio e Marinetti), rileggere i momenti di piacere mondani e inventarne di nuovi. Questi tre aspetti si ritrovano nel Manifesto “cucinario” di Marinetti, dove nuovamente è la tradizione ad essere scardinata. Provocatoriamente come al solito, sul banco degli imputati i futuristi incatenano la pastasciutta.


Il Manifesto

«Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo».

La pasta provoca “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”, perché infiacchisce il pancreas e il fegato. Meglio sostituirla con il riso, anche perché – ed ecco l’assist al Regime – l’Italia ridurrebbe l’importazione di grano diminuendo il consumo di pasta.

Tolto l’“alimento amidaceo”, si sgombra il campo per nuovi abbinamenti, già ipotizzati dal cuoco futurista francese Maincave, e si abbandona il “quotidianismo mediocrista”.

La chimica, poi, interviene prepotente, e a lei è affidato il “dovere di dare presto al corpo le calorie necessarie mediante equivalenti nutritivi gratuiti di Stato”.

Una “Polibibita” (un cocktail) illustrata in uno schizzo di Depero

Anche la tecnologia è centrale nella cucina futurista, con “ozonizzatori, lampade ultraviolette, elettrolizzatori, apparecchi di distillazione…”, mentre per bilanciare il condimento si usano indicatori chimici.

Il galateo a tavola, inoltre, viene stravolto: via le forchette, via le portate “alla russa” con primo – secondo e dessert (che da dessert passerà a chiamarsi “peralzarsi”), e al loro posto si devono proporre bocconi cangianti e multisapore, capaci di evocare intere atmosfere con un solo morso. E poi la musica e i profumi hanno il ruolo di introdurre e anticipare le portate, la cui composizione viene stravolta come nel Carneplastico dell’artista Fillìa.

Una cena al “Santopalato”, primo ristorante futurista aperto nel ’31 a Milano

Il lascito

“La caffeina d’Europa”, come Marinetti definì il Futurismo, contribuì in maniera decisiva a svecchiare l’estetica del ‘900 nonostante alcune buffe esagerazioni. In cucina, molti spunti futuristi sono stati ripresi negli anni. La chimica, ad esempio, è divenuta parte integrante dei cibi, mentre la tecnologia è utilizzata quotidianamente, con estrattori, polverizzatori ecc. Gli abbinamenti e le ricette, insieme al bisogno di leggerezza, sono propri della Nouvelle Cuisine. Il principio di un’arte culinaria che coinvolga i sensi, infine, è abbracciato dall’intero movimento dell’alta cucina, per il quale un pranzo è un’esperienza totalizzante. Dunque, come sempre accade con le avanguardie, la cucina futurista ha fatto da apripista dopo essere stata ripulita da superfetazioni estreme e puramente ideologiche.

«Marinetti dice basta, messa al bando sia la pasta. Poi si scopre Marinetti che divora gli spaghetti»

Una carbonara come dio comanda vale un principio

La pasta, tra l’altro, si è salvata. In fondo, già i futuristi liguri avevano chiesto di salvare l’”ottimista” Raviolo, “carnale lettera d’amore in busta color crema”. Il Movimento, dunque, si era spaccato, e il suo primo ideologo accusato di impeachment: al “Biffi” di Milano, fu colto a mangiare pastasciutta. Evidentemente ai poeti, l’“alimento amidaceo” non dà “fiacchezza” o problemi di “neutralismo”.

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.