lunedì, agosto 20, 2018
Foodies Legends

L’ENOGASTRONOMIA: COS’È E PERCHÉ VA TANTO DI MODA

L’enogastronomia è solo uno degli aspetti della moderna narrazione del cibo. Tra gli ingredienti che la compongono (qualità, ricercatezza, legame col territorio) si dimentica spesso quello che è in grado di snaturarla: il marketing

Nella contemporaneità, il cibo ha subito un’infinità di declinazioni. È divenuto “food”, “arte culinaria”, “alimentazione”, “enogastronomia”. Di questi 4 termini, solo “alimentazione” ha legami con la nutrizione, con la salute e con risvolti sociali.

Anche il termine “alimentazione”, però, ha sviluppi economici, soprattutto quando è espresso nella forma di “Scienza dell’alimentazione”, che è propria di nutrizionisti e dietologi.

Tutti gli altri termini, “food”, “arte culinaria” ed “enogastronomia”, hanno radici economiche e si muovono all’interno delle “tendenze”.

Con le espressioni “food” e “arte culinaria” questo concetto è facilmente intuibile, basta considerare il gran numero di programmi tv che stanno sdoganando un’arte che prima sembrava appannaggio di pochi gourmet, i quali organizzati in sette ne facevano esperienza all’interno di templi stellati.

Oggi, l’arte culinaria è in prima serata su SKY, e i grandi chef pubblicizzano buste di patatine.

Immagine da Agri Life Channel

Di food, poi, nemmeno a parlarne: tutto quello che del cibo è vendibile e trasformabile in tendenze momentanee diventa “food”. Un esempio su tutti sono lo street food, il finger food o il fast food, che da puro esempio di zeitgeist americano sta condizionando il rapporto che un popolo tradizionalista come quello italiano ha con il cibo.

Ma l’equivoco maggiore è creato dall’enogastronomia.

Lontano dall’indicare una ricerca solo teorica della qualità ad ogni costo e quindi dal sostituire la vecchia parola “alimentazione” propriamente detta, il significato del termine dovrebbe essere estratto dagli effetti e non dalle cause che l’hanno spinto al successo.

L’enogastronomia, infatti, è espressione del marketing che si nutre di essa. Un marketing territoriale sul quale negli ultimi anni si sono costruiti studi ad indirizzo turistico, poiché turistica è la vocazione del termine.

Si pensi alle iniziative quali le “Strade del vino o dell’olio” o all’organizzazione di fiere, sagre e mostre-mercati. Produzioni agro-alimentari che, in un mercato non deviato da pratiche industriali, dovrebbero appartenere alla norma (l’alimentazione dei nostri padri era “bio” e a “km 0” senza il bisogno di etichette) divengono prodotti enogastronomici di qualità.

Dunque, se l’alimentazione si indirizza alla difesa della salute, l’enogastronomia risponde ai dettami dell’economia, che ha creato specificamente un bisogno da soddisfare consumando.

Luciano Giacchè, nelle “Istruzioni per l’uso del Trattato dell’alimentazione per il popolo di J.Moleschott”, ha così spiegato il passaggio da “Alimentazione” a “Enogastronomia”:

«Il cambio del termine si è reso indispensabile perché in questo nostro tempo dalla mancanza del necessario siamo passati allo spreco del superfluo: non dobbiamo più sfamare gli affamati (che comunque si stanno di nuovo affacciando per effetto della crisi globale), ma affamare i sazi».

L’enogastronomia si è immediatamente calata in questa “induzione al bisogno”. Pensate infatti alle degustazioni, al finger food, alla ricercatezza di alcuni prodotti “introvabili”. Tutto appartiene alla dimensione dello sfizioso, e a quanti nel mondo è permesso togliersi uno sfizio? Pochi fino a poco tempo fa. Ora lo si permette a molti: potere del marketing e dell’enogastronomia.

Creare bisogni, però, è più remunerativo se lo si fa nei confronti di chi quei bisogni ha modo e tempo di soddisfarli. Se, infatti, la risposta dei ceti più bassi all’abbondanza è un aumento dell’acquisto di junk food che provoca obesità, i più abbienti hanno tempo e denaro per evitare il comfort food da discount e dedicarsi ai prodotti enogastronomici. Quest’ultimi, però, sono in molti casi cibo di conforto per anime pie e vanesie, che li elevano al rango di enogastronomia per mezzo di una presunta (purtroppo e spessissimo soltanto presunta) salubrità e ricercatezza.

Eppure il turismo enogastronomico contribuisce alla crescita di un intero settore economico e alla rivalutazione di borghi ormai caduti in disuso, che rinascono in occasione di festival e sagre per poi tornare nel limbo di una Storia Italiana sovraccarica di meraviglie, e per questo spesso indifendibile.

In definitiva, l’enogastronomia è molto di più di uno studio culturale sulle tradizioni culinarie ed enologiche di un determinato territorio. O almeno, la parte nobile del concetto è una leva per vendere. Non è un male finché il profitto va di pari passo con la qualità delle proposte. Diversamente si sfocia nel marketing posticcio e nella vendita di un brand, cosa che porrebbe una linea di prodotto enogastronomico sullo stesso piano di una qualunque catena di fast food.

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.