VIVERE E VENDERE NELLA ZONA ROSSA: IL MERCATO DEL FOOD AI TEMPI DEL CORONAVIRUS - Foodiestrip.blog
martedì, 31 Marzo, 2020
VIVERE E VENDERE NELLA ZONA ROSSA: IL MERCATO DEL FOOD AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
AttualitàCibo e salute

VIVERE E VENDERE NELLA ZONA ROSSA: IL MERCATO DEL FOOD AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

L'emergenza Coronavirus (o Covid-19) ha bloccato l'Italia. Enormi ricadute si stanno avendo anche per quanto riguarda il comparto agroalimentare e ristorativo. Vediamo cosa sta accadendo dentro e fuori la zona rossa del lodigiano

Il Coronavirus e la crisi della ristorazione

La crisi legata al Coronavirus sta bloccando l’Italia e tutte le aziende che sono dentro o fuori – poco importa – la zona rossa.

Secondo la Fipe, l’emergenza provocherà un calo dei fatturati di bar e ristoranti pari all’80%; calo che sarà causato da restrizioni, crollo del flusso turistico e della domanda.

«Il comparto – si legge nel comunicato della federazione – rischia di perdere 2 miliardi di euro e 20.000 posti di lavoro in soli 4 mesi». Un danno enorme, che fa il paio con le pessime previsioni di crescita del Pil, che sembra indirizzato verso la recessione (secondo il centro studi Cer il calo sarà dello 0,4%, lo stesso previsto da Moody’s per il Pil mondiale 2020).

Per quanto riguarda la ristorazione, infatti, i problemi sono legati alle decisioni delle amministrazioni locali, che derivano dal Ministero della Salute. Provvedimenti necessari che, però, hanno alimentato una certa psicosi, amplificata da una parte di stampa (ieri, l’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha fatto notare che l’emergenza Covid-19/Coronavirus “ha purtroppo determinato gravi anomalie anche nel sistema dell’informazione…”) e dai social, nei quali si sono riversate le considerazioni di un intero popolo riscopertosi esperto in medicina e virologia, un po’ come capita con i Mondiali di calcio.

La psicosi, infatti, è la causa principale dello svuotamento dei ristoranti, che vedono calare le prenotazioni nel fine settimana e perdono persino gli incassi da pausa pranzo. Il punto, però, è che non soltanto il settore della ristorazione sta soffrendo, ma anche tutte le aziende che hanno a che fare con l’indotto, dagli allevamenti alle cantine, così come si può leggere sull’edizione di Repubblica del 27 febbraio.

Covid-19: la crisi degli allevamenti nel lodigiano

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L’inviato del quotidiano romano, Giampaolo Visetti, ha visitato la zona rossa, quella del lodigiano, che è stata messa in quarantena dal governo attorno a Castiglione d’Adda e Codogno. La crisi del settore agroalimentare in quelle aree riguarda le tante attività agricole, che sono rimaste bloccate a causa del cordone sanitario.

«Più ancora del virus – dice Basilio Recagni, allevatore di Bertonico – ci spaventa il futuro di cascine secolari». Il problema, per gli allevatori, deriva all’impossibilità di richiamare le risorse a lavoro. Le vacche rischiano di rimanere non munte, mentre a breve termineranno le scorte di mangimi, gasolio e paglia. La zona, infatti, ospita circa 300 allevamenti, per un totale di 104mila capi.

Centinaia di mungitori, capi stalla e trattoristi sono bloccati oltre il cordone, oppure ne sono all’interno. Un esempio delle difficoltà a cui deve far fronte Recagni, poi, è che se i macchinari della mungitura dovessero avere dei malfunzionamenti non ci sarebbero tecnici capaci di ripararli.

Lo stesso accade per i campi: tra due settimane avverrà la semina e ad oggi mancano gli uomini, mentre le aziende di semi sono chiuse.

Trema anche il settore caseario: mancano i mungitori, mentre i paesi esteri si sono allarmati e vogliono chiarimenti da parte del governo. La Cina e la Russia si sono già mossi: proprio il gigante putiniano è uno dei massimi importatori di Grana Padano e gorgonzola*.

Il vino in quarantena

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Il problema del calo d’appeal dei prodotti italiani causato dal Coronavirus è palese anche per quanto riguarda il settore vinicolo. Nel lodigiano, il crollo delle esportazioni è già iniziato, mentre la fobia Covid-19 sta coinvolgendo tutta l’Italia: causa ignoranza, si pensa che il virus possa «legarsi persino alle etichette».

Per le cantine del lodigiano, comunque, siamo già al dramma economico: una cooperativa di zona, che raccoglie 500 vignaioli e imbottiglia 80mila ettolitri di vino all’anno lavorando 110mila quintali di uva, sta trovando enormi difficoltà nell’esportare i suoi prodotti. In generale, è a rischio un comparto che fattura 10 miliardi di euro l’anno.

In questi giorni, però, la stessa cooperativa (che ha voluto rimanere anonima per non peggiorare ulteriormente la situazione) ha già dovuto rinunciare all’invio di 13mila bottiglie di vino negli Usa e lo stesso è capitato per un’altra partita diretta in Colombia. Nei prossimi giorni dovrebbero evadere ordini per Canada, Germania, Svizzera e America del Sud ma se il cordone dovesse rimanere così rigido c’è il rischio che tutto salti. Secondo il presidente del gruppo, l’azienda può resistere soltanto fino a lunedì: dopo, gli ordini potrebbero restare inevasi e non ci sarebbe modo di riorganizzarsi per tempo. D’altronde, sono già sorti i primi problemi per le richieste di spumanti per Pasqua.

Superare l’emergenza Coronavirus: la soluzione è il buon senso

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La soluzione? Una via di mezzo: la massima attenzione nei confronti della prevenzione anti Coronavirus deve venire a patti con le necessità economiche dei settori agroalimentare e ristorativo. Il presidente della Cooperativa lodigiana chiude dicendo: «Abbiamo venti dipendenti bloccati a casa. Se anche ne arrivassero tre a lavoro potremmo ripartire. Magari imporremmo loro di tenersi a distanza di 50 metri l’un l’altro, ma averli in aziende ci permetterebbe di riavviare la cooperativa». E ripartire superando il clima di paura da Coronavirus, in questo momento, deve essere l’obiettivo primario, tanto più che nelle ultime ore le amministrazioni regionali lombarde e piemontesi hanno chiesto al governo di allentare i provvedimenti contro il virus. Bar e ristoranti sono stati riaperti, mentre dovrebbero ripartire anche le scuole.

*Curiosità

Negli anni ’30, in pieno terrore stalinista, un perseguitato politico italiano, Andrea Bertazzoni, cercò riparo in URSS dove sperava di trovare il paradiso socialista. Lasciata l’Italia fascista per riparare in Russia, Bertazzoni cercò di contribuire allo sviluppo del socialismo: lui, esperto casaro, cominciò a produrre gorgonzola. I russi, però, non avevano mai assaggiato un formaggio erborinato e scambiarono la muffa per un deliberato tentativo di sabotaggio. Incarcerato, passò del tempo in carcere prima di essere liberato grazie a Maksim Litvinov, Ministro degli Esteri sovietico che in Italia aveva avuto modo di conoscere quella tremenda arma di distruzione di massa.

 

Foto e modelli del Coronavirus di Niaid

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Mi chiamo Fabrizio Doremi e sono un matematico. Ho cominciato a lavorare come consulente IT a 21 anni, poi ho seguito per sei anni lo sviluppo del progetto Conad.it (l’azienda con le persone oltre le cose) e a 28 anni ho fondato Wiloca, con cui ho curato il restyling digitale di Gambero Rosso. E tra il cibo venduto e quello mangiato mi è saltata in testa Foodiestrip. E adesso è realtà. E dato che ho appena passato i quaranta, è arrivata l’ora di tornare all’università per prendere una laurea in scienze della comunicazione. Che se i numeri dovessero venir meno, avrò parole per compensare.