JANUARIUS, ristorante, street food, bottega a Napoli - Foodiestrip.blog
venerdì, Dicembre 6, 2019
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Food InfluencerStorie di successo

JANUARIUS, IL LOCALE “UNO E TRINO” DEDICATO A SAN GENNARO

In una lunga intervista, Francesco Andoli ci racconta il suo Januarius. Ristorante-street food-bottega, ispirato a San Gennaro, il Januarius sorge in pieno centro a Napoli, davanti alla Reale Cappella del Tesoro del santo

Ci sono vari tipi di intervistatori. Ci sono un’infinità di tipi d’intervistati. Quella di far domande è un’arte complessa. Di dieci o venti quesiti, uno o due sono buoni davvero. E una domanda è buona quando porta a una risposta vera, netta, magari anche originale.

E poi un’intervista è un ritratto che chi parla fa di se stesso su temi scelti da qualcun altro. Per cui è davvero complesso, quando si stende un pezzo in forma simile, riuscire a restituire l’anima dell’intervistato.

A Francesco Andoli, nel momento dei saluti, ho promesso che avrei fatto del mio meglio per dar l’idea dell’entusiasmo con il quale ha parlato del suo Januarius, il ristorante-street food-bottega che lui, giornalista professionista, ha aperto nel 2018.

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Francesco Andoli e la birra Januarius

Per farlo, però, ho scelto di far raccontare lo stesso Andoli, con pochissimi filtri e a ruota libera. Perché è così che ha parlato Francesco con me. Avevo preparato parecchie domande. Le ho fatte tutte, più o meno, ma le ho dovute inserire a forza nella sua litania furoreggiante. E ogni volta mi accorgevo che a quelle domande avrebbe risposto comunque. Da qualche altra parte magari, ma lo avrebbe fatto.

Ne è venuta fuori una sonata. Anzi, una jam-sassion con assoli e impennate.

Adagio
Dove Francesco Andoli parla del suo mestiere di giornalista e avvia la narrazione del Januarius. Il tono è ancora pacato e distaccato (nonostante il “tu”)

Andoli, possiamo darci del tu visto che siamo colleghi?

«Certo, anche se ormai ho lasciato il ruolo di vicedirettore di Identità Insorgenti a ottobre. Per me era diventato difficile conciliare il ristorante e il giornalismo».

Ecco, mi racconti come è nato Januarius?

Da giornalista ho sempre scritto di food. La buona tavola mi ha sempre interessato e in particolare ho focalizzato l’attenzione su territorialità e piccoli mercati. Ho seguito a lungo la produzione di materie prime di alta gamma o di nicchia. E poi avevo questo locale di fronte al Duomo, nel pieno centro di Napoli…».

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Uno scorcio della bottega dello Januarius

Affrettando-Allegro
Dove, senza domande a spezzare il ritmo, Francesco Andoli inizia a narrare: è un crescendo musicale

«…Avevo questo locale. La via in cui si trova è un unicuum a livello mondiale. In un chilometro, via Duomo ospita otto musei. Otto. La città in sé, poi, sta subendo una metamorfosi senza precedenti dal punto di vista turistico. Le potenzialità inespresse sono innumerevoli. Oltre agli otto musei, poi, c’è la cattedrale, il duomo, dove il cardinale ha la sua cattedra. Il duomo è sempre la chiesa più importante di una città come ben saprai. E il nostro duomo, la nostra cattedrale, è la casa del santopatrono di Napoli. San Gennaro ha 25 milioni di fedeli. Per me è stato un po’ come assecondare una passione e portare le mie conoscenze e competenze all’interno di un’attività, che è nata contestualizzando e tematizzando il mio locale con l’intorno. In città non esisteva, infatti, un locale completamente dedicato al santo, per cui il nostro è un ristorante “citazionista”. Tutto è dedicato a San Gennaro, dalla pavimentazione ai ritratti. Da locale prettamente napoletano, poi, abbiamo scelto di riportare il meglio della nostra tradizione culinaria lavorando e facendo molta ricerca sulle materie prime. Noi non nobilitiamo la tradizione innovandola. Questo è ormai un cliché, tutti lo tirano fuori a casaccio e poi ci si accorge che nella maggior parte dei casi è venuto fuori un pasticcio. No. Januarius non fa questo. Noi facciamo ricette tradizionali, al massimo nobilitiamo la tradizione omaggiandola con l’utilizzo dei migliori prodotti campani, calabresi, siciliani o pugliesi. Facciamo tipicità come la genovese o un piatto di pasta con i migliori pomodori campani, come il San Marzano, il Corbarino e il Piennolo del Vesuvio. Poi, se si vuole fare un viaggio oltre la tradizione, si può ordinare un fuori menu in cui proponiamo delle particolarità. Anche qui, le materie prime sono tutte “made in Sud”, e a km 0 fin quando è possibile».

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Allegro con brio

Dove non si trovano falle nella strimpellata di Andoli e non si ha tempo di inserirsi. Dispiace  fermarlo, comunque. Ha ritmo. E il racconto comincia a frizzare. Ma alla fine piazzi il tuo trillo per il rilancio:

Perché hai scelto questa formula, bottega, street food e ristorante?

«…Facendo un calembour ho definito il Januarius, nome latino di “gennaio” da cui deriva Gennaro, come un locale “uno e trino”. Ho scelto questa formula (ristorante, street food e bottega, ndr) per accontentare un po’ tutti. Non è grande, sono 130 mq con 44 posti a sedere, ma è capace di andare incontro a tutte le tasche proprio per merito di questa trinità. Il tono è elegante ma con due o tre euro puoi comprare qualcosa e mangiarlo in strada. Oppure ci sono i turisti che utilizzano la bottega all’entrata per comprare prodotti artigianali da riportare a casa come dono. E poi il ristorante, dove serviamo piatti della tradizione e i prodotti sono quelli dell’enogastronomia locale. Prodotti che vedi sul banco e poi puoi assaggiare».

Intermezzo

Ho letto una tua frase in un’intervista. Sul discorso ci siamo passati incidentalmente poco fa ma ora te lo chiedo esplicitamente: cosa volevi intendere con il “Chilometro buono vince sul chilometro zero”?

«Mi riferivo al fatto che non sempre si possono trovare prodotti eccellenti come i nostri semplicemente bussando alla porta del vicino. Un esempio: al Januarius abbiamo una pasta esclusiva, prodotta dall’Azienda Agricola Caccese. Quello è un centimetro zero. Funziona così: l’azienda coltiva il proprio grano in Irpinia, caso unico in Campania, una regione che è poco adatta a questa coltura. Il loro grano è 100% campano: lo coltivano, lo raccolgono e poi lo portano a 100 metri da dove è cresciuto, nel loro stabilimento. Ne viene fuori una pasta trafilata al bronzo eccellente. Ma non sempre è così. Per arrivare a mettere insieme tante eccellenze artigianali ho impiegato due anni di ricerca. Ora entri da Januarius e il nostro ristorante ti fa assaggiare piatti composti con i prodotti che, se ti sono piaciuti, hai modo di acquistare in bottega. E poi qui da noi…».

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Vivace
Dove Francesco Andoli torna a parlare della cucina del suo Januarius, di tradizione e piatti gourmet

«…non si spennella. Qua non ci sono 4 schizzi e 30 grammi di pasta in piatti enormi. Al Januarius si mangia di gusto. Tu mi insegni che oggi la tendenza è di proporre 70-80 grammi di pasta. Noi ne serviamo almeno 100».

Allegrissimo
Dove, con tono scherzoso, Francesco Andoli rimarca la propria identità

Perché questa scelta controcorrente (le porzioni abbondanti e il non indugiare alle sciccherie) in un locale così particolare?

«Perché siamo terroni. Da noi si dice che se non mangi muori! Ci piace mangià!».

Allegro brillante
Dove, dopo l’esplosione di napoletanità, Andoli torna a battere forte. Si parla dell’arredamento dello Januarius, a dir poco eccezionale.

Lo Januarius ha un design interno estremamente particolare, ispirato a San Gennaro da cui il locale prende il nome. Non hai temuto che l’accostamento potesse risolversi in qualcosa di estremamente kitsch?

«C’era da maneggiare il tutto con estrema cura. Molti non ci credono, ma siamo stati io e mio padre ad arredare lo Januarius. Dietro al concept non c’è un architetto o uno studio di architettura. Se l’accostamento ci è riuscito così bene (e ce lo dicono in molti) è perché abbiamo studiato a lungo la Cappella del Tesoro di San Gennaro. Ho passato ore là dentro, e ho approfondito il tema riguardante il culto del santo. In breve, si tratta dell’unico santo cattolico al mondo la cui pratica devozionale è affidata alle cure del popolo laico».

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Presto con fuoco
Dove Francesco Andoli narra la storia del culto e quella dell’Eccellentissima Deputazione della Real Cappella di San Gennaro.

Ecco, come si conforma questa particolarità del culto?

«Il tesoro è gestito da un organo laico, come la Deputazione della Real Casa di San Gennaro che è composta da dodici rappresentanti nobili. Fin dalla nascita della deputazione, nel ‘500 in seguito alla crisi del ’27, i dodici posti sono stati assegnati a rappresentanti delle famiglie più in vista come i Caracciolo, i Carafa, i Francavilla, i D’Aquino… Sono i custodi laici del rito ed è l’unico caso al mondo in cui il popolo, e non il Vaticano, sia proprietario di una pratica simile. Una devozione, quella per San Gennaro, che include 25 milioni di fedeli. E poi si tratta del tesoro più prezioso al mondo, superiore a quello della regina inglese e degli antichi zar di Russia. E chi è a capo di una struttura laica come quella della Deputazione, secondo te?».

Non so, il sindaco?

«Esattamente. Il sindaco di Napoli assume anche la carica di presidente pro tempore della deputazione. E da chi vengono approvate le nomine?».

Sempre da un rappresentante dello Stato, immagino. Ma qui mi fermo…

«Dal Presidente della Repubblica. Insomma, i 21mila pezzi del tesoro sono sotto la tutela del popolo napoletano…».

Ora non so se c’entra qualcosa ma in effetti, nel 1947, il tesoro, che era stato spostato in Vaticano per proteggerlo durante la Seconda Guerra Mondiale, fu riportato a Napoli da un laico come Peppe Navarra, il re di Poggioreale, in un viaggio avventuroso rimasto nella storia e da cui hanno tratto un flim con Ernest Borgnine…

«È vero, anche perchè fu consigliato alla deputazione di custodirlo a Roma. Considera che il tesoro, ad oggi, non è mai stato depredato. Neppure Napoleone, giunto a Napoli con l’esperimento della Repubblica, osò asportarne una parte, cosa che l’avrebbe reso inviso ai napoletani. Anzi, anche lui, tramite Murat, donò un ostensorio ancora oggi custodito nel museo. Insomma, il rapporto tra San Gennaro e il popolo napoletano è il più grande capolavoro di libertà e anarchia sviluppatosi all’interno di una struttura fortemente conservatrice come il Vaticano».

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La replica de “La gloria del Paradiso”, affresco che adorna la cupola della Cappella dipinto da Giovanni Lanfranco nel 1643

Allegretto
Dove Francesco Andoli si avvia verso la conclusione e si tirano le somme di un progetto che non ha precedenti a Napoli (e non solo).

Tornando al tuo Januarius, come s’è innestato tutto ciò nel concept del locale?

«Abbiamo immaginato un posto che facesse da foyer alla cappella, nel caso si dovesse ancora visitarla, e da appendice se se ne fosse appena usciti. All’interno abbiamo riportato la stessa pavimentazione e abbiamo cercato di essere architettonicamente coerenti con lo stile della cappella, che è uno dei vertici del barocco mondiale. Non era facile: una struttura baroccheggiante, come hai detto giustamente tu, può facilmente sfuggire di mano e sconfinare nel kitsch. Quindi abbiamo provato ad alleggerirlo con colori più caldi e studiati. Il giallo e il rosso del comune di Napoli, che sono anche nel Duomo, li abbiamo sfumati per non appesantire gli interni. Poi, abbiamo trasformato lo Januarius in una galleria d’arte. Oggi il locale raccoglie opere di Jorit Agoch, Fabrizio Scala, Nicola Masuottolo, Roxy in The Box, Luca Carnevale, Eddy Ferro, Marco D’Auria e Tiziana D’Auria… (e poi Alessandro Flaminio, Claudio Cuomo, Pasquale Manzo, Ida La Rana, Terry Di Rienzo, Fratelli Scuotto, Guglielmo Muoio, Riccardo Ruggiano, Mario Compostella, Francesco Porzio, Andrea Maresca e Bruno Gentile, ndr)».

Prima mi dicevi che l’interno dello Januarius è stato progettato da te e tuo padre. Dunque il Costa Group come ha collaborato?

«Inizialmente erano molto diffidenti. Non credevano si potesse fare un locale mangereccio a tema religioso. Gli pareva una follia. Ma non conoscevano il rapporto simbiotico che c’è tra la città e il santo. Io non volevo assolutamente fare qualcosa di folcloristico, dipinti di panni stesi, pulcinella ovunque ecc. Non perchè non ami queste cose, sia chiaro, ma perché volevamo differenziarci».

Non sarà anche perché il folcloristico è un po’ come il baroccheggiante? Si rischia di scadere nel kitsch…

«Esattamente. Tornando al Costa Group, loro inizialmente hanno avuto difficoltà, anche perché sono di La Spezia e hanno dovuto conoscere concept e contesto. Alla fine, però, ci hanno capito e hanno collaborato. Il format del Januarius, però, lo abbiamo partorito noi».

Ed è stato un parto felice. Intenso come lo è stato lo spartito di questa chiacchierata. Dove la napoletanità è distantissima dal neomelodico folclore, ma si ritrova in ogni aspetto. D’altronde, cosa c’è di più popolare del “miracolo”, e più aristocratico del “buongusto”? Facile: Januarius-Il miracolo del buongusto.

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L’entrata dello Januarius con la bottega

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Lo street food dello Januarius, con sullo sfondo il Duomo di Napoli

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Uno dei prodotti d’eccellenza proposti dallo Januarius di Napoli

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Francesco Andoli visto da Luca Carnevale

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.