PREMIO MICHELIN CHEF DONNA 2019 VA A MARTINA CARUSO - Foodiestrip.blog
mercoledì, Novembre 20, 2019
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MARTINA CARUSO VINCE IL PREMIO MICHELIN CHEF DONNA 2019

Lo chef del Signum, ristorante stellato e hotel della famiglia Caruso, vince il Premio Michelin Donna Chef, giunto alla quarta edizione e patrocinato dall’Atelier des Grandes Dames di Veuve Clicquot

Martina Caruso ha vinto il Premio Michelin Chef Donna 2019. Il riconoscimento le è stato consegnato all’interno del progetto Atelier des Grandes Dames di Veuve Clicquot, nato per celebrare il talento femminile nell’alta ristorazione.

L’Atelier celebra le donne e la fondatrice della casa vinicola Barbe-Nicole Ponsardin, Madame Clicquot, che fu la prima donna imprenditrice dello Champagne. La storia di Martina Caruso, tra l’altro, è paragonabile per coraggio a quella di Madame Ponsardin: anche la chef siciliana, infatti, è stata tanto intraprendente da lasciare la Sicilia a 16 anni. La Signora Clicquot, invece, aveva coraggiosamente retto la casa di champagne dopo la morte del marito e aveva aggirato l’embargo posto alla Russia nel 1814, fornendo alla corte pietroburghese ben 10.000 bottiglie del suo Veuve Clicquot. La sua è una storia stupenda, che meritava di essere raccontata e rivissuta.

Chi è Martina Caruso?

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Giovanissima, classe ’89, Martina Caruso ha lasciato la sua isola appena adolescente per andare a studiare a Cefalù. Subito dopo ha seguito la scuola del Gambero Rosso, rientrando in estate per lavorare al Signum. È un periodo di crescita e ricerca, supportato e promosso da esperienze in Italia e all’estero. Il suo primo stage fu al Rosetta di Roma, chef proprietario Massimo Riccioli. Un anno dopo, Caruso è a Londra, dove lavora per 5 mesi al Jamie’s Italian di Jamie Oliver. La sua guida nel periodo londinese è Gennaro Contaldo. Tornata in Italia, un altro Gennaro le fa da mentore: si tratta di Gennaro Esposito della Torre del Saracino, terzo stellato con cui collabora dopo l’Open Colonna e il Pipero al Rex (chef Luciano Monosilio). Una volta tornata al Signum, i premi e i riconoscimenti cominciano a piovere in gran numero. Il primo è del 2013. Da allora, Martina Caruso ha fatto incetta di forchette, cappelli e stelle, la prima giunta nel 2016, quando aveva appena 27 anni. La stella Michelin l’ha resa l’enfant prodige della ristorazione italiana e lo chef donna più giovane ad entrare nel gotha delle mete scelte dalla Rossa.

Le reazioni delle protagoniste

Dopo aver ricevuto il premio nella cerimonia al The Yard Hotel, lo chef dell’Hotel Signum di Salina, Martina Caruso, ha detto: «Questo premio gratifica me e tutte le donne che fanno un mestiere bello e faticoso come il nostro, nel quale ci vuole tantissima passione».

Un’isola nell’isola quella di Salina, che Caruso celebra con «una cucina di mare ma anche di terra, poiché la Sicilia è una regione anche agricola. La mia è una cucina creativa e gioiosa». La dedica d’obbligo per il premio, invece, è nei confronti di sua madre Clara, perché «ho parlato spesso di mio padre e di come mi abbia insegnato il mestiere (cuoco autodidatta, Michele Caruso è stato chef del Signum a partire dal 1988, ndr). Per questo – ha proseguito Martina – voglio dedicare il premio a mia madre, una donna che è un vulcano di energie». Dunque, un premio in rosa concesso ad una regina dei fornelli che lo dedica alla madre e ha un mito simbolo di femminilità: «Maria Grazia Cucinotta. Mi ha sempre colpito la sua determinazione ed è legata alla nostra famiglia sin dai tempi de “Il Postino” di Massimo Troisi (il film è stato girato tra Salina e Procida; sull’isola c’è ancora la casa dove si fermavano a discorrere Neruda e il postino Ruoppolo, ndr)».

Il «segreto» che le ha permesso di vincere l’edizione 2019 del premio Michelin Chef Donna non è un segreto: «determinazione e il fatto di non aver paura».

Le donne ai fornelli: l’impegno dell’Atelier des Grandes Dames

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Prima della premiazione, invece, si è tenuto un dibattito sul significato della femminilità in cucina’, inteso non come differenza di genere ma come sfaccettatura nell’approccio lavorativo, emozionale e caratteriale nel mondo dell’alta ristorazione, affinché ci sia piena consapevolezza della vita di una donna chef e dell’apporto fondamentale che l’approccio femminile può dare a questo mondo. Un mondo complesso, nel quale sono ben 43 le donne a capo di 41 ristoranti stellati.

Dunque, l’Atelier des Grandes Dames di Veuve Clicquot ha l’obiettivo di valorizzare le storie di donne che hanno lottato e vinto la loro scommessa. E così lo ha compreso e descritto una delle 16 chef dell’Atelier, la cuoca del Dattilo Caterina Ceraudo che da Strongoli, in Calabria, è riuscita a ricevere attenzioni a livello nazionale: «Questo riconoscimento è importante per far capire che ci sono anche io: nella mia regione l’idea che la donna debba rimanere in casa a cucinare è ancora molto forte».

In questo solco va intesa anche la motivazione data dalla giuria del premio consegnato a Martina Caruso, che lo ha ottenuto «per la grande volontà e capacità di progredire e di rappresentare la sua isola raggiante, attraverso una grande tecnica e il tocco femminile di una giovane donna appassionata e determinata».

Secondo l’Atelier, le «donne chef sono precise e organizzate, eleganti e creative, delicate e leggere. Sanno essere determinate e attente, sanno prendersi cura degli altri, nutrire e coccolare come mamme, ma sanno anche affermare la loro personalità senza timore, eredi di un archetipo di donna e madre cuciniera». Per raccontarle, Veuve Clicquot ha scelto di utilizzare delle immagini fotografiche, cercando di fare emergere e rappresentare il significato della femminilità in cucina.

Di conseguenza, Martina Caruso è stata ritratta da Lido Vannucchi, Antonia Klugmann da Francesca Brambilla e Serena Serrani, Katia Maccari da Andrea Moretti, Solaika Marrocco da Marco Varoli.

MARTINA CARUSO, SIGNUM, 1 Stella Michelin, Salina – Isole Eolie (ME), ritratta da LIDO VANNUCCHI

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MC Con queste foto ho cercato di trasmettere la passione femminile di una donna semplice e determinata. Salina è la mia isola e la amo infinitamente, ne valorizzo il territorio e ne custodisco ogni dettaglio; è una terra vulcanica, fonte di energia, quell’energia che mi scorre nelle vene e mi spinge a fare sempre di più. Le foto parlano del mio legame con Salina, di cui ho una conoscenza profonda dei luoghi ma anche delle persone. La mia vita è fatta di pescatori che mi raccontano le storie del mare e dei suoi tesori, di donne che raccolgono i capperi e che se ne prendono cura per conservarli, degli orti e dei frutteti curati da mio papà, della montagna con le sue erbe spontanee funghi, castagne e radici. La mia femminilità in cucina è espressione della mia terra.

LV In Martina ho visto una giovane donna che, come hanno fatto le nostre madri e le nostre nonne, ha scelto di assecondare un gesto d’amore: il gesto di una cucina al femminile. Nella sua cucina l’amore parte dalla propria terra, dal proprio territorio, dai contadini, dagli agricoltori, i quali forniscono una materia prima, che, attraverso l’atto d’amore messo in pratica dal chef, diventa cucina.

ANTONIA KLUGMANN, L’ARGINE A VENCÓ, 1 Stella Michelin, Dolegna del Collio (GO), ritratta da FRANCESCA BRAMBILLA/SERENA SERRANI

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AK La cucina è un grande luogo di libertà in cui le persone hanno la possibilità di esprimersi al di là di quello che è il loro aspetto, quello che è il loro apparire. L’ospite di un ristorante raramente vede il cuoco. Non sa se questo sia un uomo o una donna. Sia alto, basso, bello, brutto, simpatico o antipatico. Il cuoco comunica attraverso il prodotto del proprio lavoro, come un artigiano, e viene valutato in base alla bontà del proprio piatto. Null’altro. Non penso ci sia una differenza nell’approccio tecnico al lavoro ma penso che uomini e donne abbiano modalità diverse di comunicare e relazionarsi con le persone con cui lavorano.

BS L’approccio femminile di Antonia in cucina si nota nei rapporti che instaura con tutti i suoi collaboratori. Sa essere affettuosa, materna, educata, rispettosa, autoritaria e al tempo stesso rassicurante. E’ molto attenta ai rapporti umani, alle relazioni e alle peculiarità delle persone. Secondo noi la femminilità è intrinseca in Antonia, la esprime in ogni gesto, dentro e fuori dalla cucina. Abbiamo quindi cercato di tirargliela fuori senza ricorrere a stereotipi. Senza puntare su abiti o sguardi ammiccanti, ma mettendola a proprio agio in un set fotografico o in relazione con la sorella, il compagno e i suoi ragazzi. Siamo molto soddisfatte perché secondo noi nelle fotografie si percepisce la vera Antonia: timida, solare vera e spontanea. Togliere, sottrarre e cogliere: questo è ciò che abbiamo fatto. La spontaneità ha fatto il resto.

KATIA MACCARI, I SALOTTI DEL PATRIARCA, 1 Stella Michelin, Chiusi (SI), ritratta da ANDREA MORETTI

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KM Tenacia, perseveranza, fatica, ottimizzazione, amore. Ecco cosa serve ad una donna per gestire una famiglia, e lo stesso serve ad una donna che arriva a gestire una cucina nel mondo dell’arta ristorazione. La mia femminilità è un perfetto equilibrio tra due ruoli: la Katia manager che guida con caparbietà, determinazione e grinta tutti gli aspetti del quotidiano della sua struttura e la Katia chef, punto di riferimento della sua brigata al femminile, una donna che ama cucinare non solo per i suoi figli ma anche per tutti i suoi ospiti con la stessa passione e dedizione, che non sente la fatica per il suo lavoro, perché le soddisfazioni la gratificano ampiamente.

AM Ho scorto in Katia oltre alla grinta, la determinazione, l’impegno e la razionalità, anche un po’ di nostalgia e tristezza. In cucina i movimenti si fanno meno rigidi, Katia non si sente più sotto esame, in cucina è sicura, a suo agio, nel suo habitat. Emerge, attraverso i suoi occhi e i suoi gesti, che la sua concezione di cucina, la quale conserva in sé l’intrinseco significato di nutrimento, è il gesto di una madre che nutre i figli. Ecco come Katia esprime la sua femminilità, nella cucina che si fa “dono” materno.

SOLAIKA MARROCCO, PRIMO RESTAURANT, Lecce, ritratta da MARCO VAROLI

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SM Non avrei potuto descrivere il mio concetto di femminilità in cucina in un modo migliore se non attraverso lo sguardo e l’empatia tra donne e in questo caso con Silvia, il maître del mio ristorante. Lo sguardo di una donna è innanzitutto forza, non intesa come differenza tra uomo-donna, ma intesa come peculiarità. Io parlo del mio e nel mio non esistono urla, piatti rotti, o situazioni di caos. Nel mio, a volte, uno sguardo rimprovera più di parole urlate ad alta voce e a volte consola e dirige più di una parola dolce.

È empatia, è il capirsi comunicando con uno sguardo. È, semplicemente, stima e fiducia elevati all’ennesima potenza, perché là dove i miei occhi non arrivano, arrivano i suoi, quelli di un’altra donna. E là dove io non posso esserci, per esempio in sala con i nostri clienti, c’è il suo sguardo, e ci sono le sue parole, che mi rendono presente, anche senza esserci.

La femminilità in cucina è in primis un traguardo, un percorso fatto di tanti ostacoli, prove, sfide. E l’aver finalmente superato, o almeno il tentativo di superare, la distinzione di genere.

MV In uno scatto fotografico si riesce a cogliere l’essenza di molte cose. Molte sfaccettature delle persone, davanti all’obiettivo, si svelano. Così con la femminilità che non è una, è personale e ogni donna la dimostra a proprio modo. Solaika ha espresso a modo suo come porta la sua femminilità in cucina, con un punto in comune, leggibile dai suoi occhi: la determinazione nel fare quotidianamente con passione un lavoro spesso duro e competitivo. Fuori dagli stereotipi di una cultura tradizionale, nella sua accezione più negativa. Come fotografo ho trovato che la sua creatività fosse già espressione di femminilità.

“Il genere non conta”

Una bella chiusura alla serata che ha visto premiata Martina Caruso all’interno dell’Atelier des Grandes Dames l’ha data Anna Klugman, conosciuta dal grande pubblico per il suo ruolo nel reality MasterChef. La chef stellata ha rifiutato la solita etichetta della «femminilità in cucina». Lo ha fatto definendo perfettamente quello che è già il ruolo della donna all’interno del settore ristorativo: «Per me – ha detto la Klugman – ogni donna ai fornelli mette in gioco se stessa, al di là di mascolinità e femminilità. Il genere non conta. Contano professionalità e capacità. In cucina siamo liberi».

 

 

 

 

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.