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mercoledì, Novembre 20, 2019
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CARAVAGGIO E I CARCIOFI ALLA ROMANA

Michelangelo Merisi da Caravaggio ebbe a che fare con Roma e con un simbolo della cucina romanesca: i carciofi ripieni. E fu un rapporto tempestoso

Da 3 giorni, Roma ha festeggiato il suo compleanno 2.357. In via della Maddalena, “nella strada che va dalla Rotonda a Campo Marzo”, quartiere di Campo Marzio, c’è l’Osteria del Moro. La serata del 24 aprile 1604 è fresca, eppure la primavera si sente. Di gente in strada ce n’è poca ma le bettole sono piene. Per due becchi ti danno da mangiare e soprattutto puoi stare in compagnia (femminile, si capisce) o giocare a carte col baro di turno (poco male, la “puncicata” lava i peccati di chiunque).

Ad un tavolo del Moro siede un milanese. Puttaniere di chiara fama, pizzetto aguzzo e baffo giovane, capello lungo, occhi scuri e volpini. Di fama ne ha un’altra, questo 33enne Merisi Michelangelo: è il più importante pittore del suo tempo. La gente lo conosce per il posticino in cui è nato, un borgo milanese di 4 case e una manciata di contadini morti di fame: Caravaggio.

Merisi a Roma s’è ambientato bene. Cardinaloni (come il Del Monte) e pretini gli perdonano di tutto: il suo talento lo mette a riparo da qualsiasi cojonata commessa. Dopo pochi mesi, diciannovenne, lascia subito la casa di un sacerdote che lo nutriva a verdure e insalata.

Merisi s’è ambientato tanto bene da nutrire varie simpatie per più di una mignotta. Queste finiscono sulle carte dei tribunali papalini per gelosie, sfregi e mattoni tirati ai clienti che simpatizzano per le concorrenti. È il caso di Anna Bianchini e Fillide Melandroni, entrambe senesi, la prima «roscia» e meretrice fin dai 12 anni, la seconda gran bagascia che intrattiene i suoi morosi tra Trinità dei Monti e via Condotti. Tra loro un certo Ranuccio Tomassoni, che ritroveremo più avanti.

A Merisi si perdona talmente tanto che gli si permette di dipingere le sue amichette in alcune delle più importanti tele a tema religioso della storia dell’arte. Vedi la Morte della Vergine, oggi al Louvre, in cui ritrasse Anna Bianchini trovata morta nel Tevere.

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La morte della vergine, in cui si riconosce Anna Bianchini

Vedi Santa Caterina d’Alessandria, tanto somigliante a Fillide Melandroni, a suo tempo presentata al Caravaggio dallo stesso Ranuccio:

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Santa Caterina d’Alessandria, in cui Caravaggio ritrae Fillide Melandroni, prostituta di cui è innamorato

Lui però, Merisi Michelangelo da Caravaggio, non è uno che perdona. Lo facciano gli altri, quelli che non sono Michelangelo Merisi, IL Caravaggio.

I carciofi di Caravaggio

Da 3 giorni, Roma ha festeggiato il suo compleanno 2.357 e Michelangelo Merisi da Caravaggio, il pittore più famoso del suo tempo, quello a cui si perdona qualsiasi “cojonata” commessa, ordina dei carciofi presso l’Osteria del Moro in via della Maddalena, vicino a via della Scrofa, a metà tra i rioni di Campo Marzio e Sant’Eustachio.

Il garzone glieli porta. Sono 8 carciofi alla romana, ripieni con trito d’aglio, mentuccia, pangrattato, prezzemolo.

I carciofi erano apprezzati da poco, nemmeno 100 anni. Era stata Caterina de’ Medici a rinnovarne il prestigio in Francia, dove li aveva portati dalla sua Firenze. Qui li aveva lanciati nel 1466 Filippo Strozzi il Vecchio, e Francesco del Tadda li aveva perfino scolpiti su una fontana del giardino di Boboli. A Roma, però, erano divenuti una leccornia dividendosi in 2 tipologie: i carciofi alla giudia, nati nel ghetto ebraico, e i carciofi alla romana. Non che piacessero a tutti: l’Ariosto scrisse: «Durezza, spine e amaritudine molto più vi trovi che bontade» .

Ma torniamo in Via della Maddalena, quel 24 aprile 1604.

Il garzone Pietro da Fusacca porta al milanese 4 carciofi cotti nell’olio e 4 nel burro. Quali sono quelli imburrati e quali quelli cotti nell’olio? Caravaggio, da uomo che ha conosciuto le tavole dei nobili, chiede al cameriere di indicarglieli. Pietro da Fusacca, da popolano che ha conosciuto solo osterie e buchi polverosi, pensa bene di rispondere: «Annusali e li riconosci».

Apriti cielo! Caravaggio prende il piatto di carciofi e lo scaglia contro il garzone gridando “Se ben mi pare, becco fottuto, ti credi di servire qualche barone?”. Il tiro va a vuoto per Fusacca e coglie Focaccia, altro Pietro che tranquillo stava mangiando su un tavolo vicino. È l’inizio di una baruffa che coinvolge varie persone, mentre Caravaggio, sfilato lo spadino dal fodero di un compagno, inizia ad inseguire il cameriere scortese. Ma Fusacca riesce a sfuggire e chiama gli sbirri. Scatta la denuncia, l’ennesima per Caravaggio, che dopo un aggressione ad un musico era stato definito come “un giovenaccio … con poca di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine che … porta li capelli grandi longhi dinanzi …” (cit. Luigi, figlio di un barbiere romano).

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Ottavio Leoni, ritratto di Caravaggio

Caravaggio, però, non può subire un altro processo e probabilmente paga un certo Pietro de Mandii di Piacenza, il quale giura che il Merisi avesse ragione a reagire così, poiché Pietro da Fusacca, alla domanda sul condimento, aveva risposto strofinandosi i carciofi sotto il naso.

Caravaggio alla fine se la cava e lascerà Roma poco dopo. Nel frattempo, dal 1603 al 1606, aveva accumulato:

1.  un processo per diffamazione, causato da alcuni versetti denigratori scritti nei confronti di Giovanni Baglione, pittore. È incarcerato e poi dirottato agli arresti domiciliari

2.  tra il maggio e l’ottobre del 1604 è arrestato per porto abusivo d’armi e ingiurie alle guardie cittadine

3.  viene querelato per il lancio dei carciofi

4.  nel 1605 scappa a Genova per 3 mesi: ha gravemente ferito un notaio di Accumoli, Mariano Pasqualone, a causa di una donna, Lena, amante del pittore (e non solo, a quanto pare…). Il fatto viene insabbiato dai suoi protettori

5.  sempre nel 1605 la sua padrona di casa, Prudenzia Bruni, lo querela per non aver pagato l’affitto. Lui reagisce prendendo a sassate le sue finestre. A fine anno è ferito: dichiara di essere caduto sulla sua spada

Ma è nel 1606 che la sua vita cambia. Il 28 maggio di quell’anno uccide Ranuccio Tomassoni da Terni. Sì, proprio quel Ranuccio amico (e probabilmente protettore) di Fillide Melandroni. La causa del litigio potrebbe essere stata proprio Fillide, contesa da entrambi, anche se il duello si ebbe alla pallacorda, dove erano andati ad assistere ad una partita. Si è parlato anche di debiti di gioco e questioni politiche: Ranuccio era filo-spagnolo, Merisi veniva protetto dai francesi.

Per l’omicidio di Campo Marzio, la legge del papa – e dunque di Dio – lo condannò alla decapitazione: chiunque l’avesse incontrato avrebbe avuto il diritto di tagliargli la testa. In quel periodo, le opere di Caravaggio sono piene di decollazioni.

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Giuditta (in cui si riconosce il volto di Fillide Melandroni) taglia la testa di Oloferne (autoritratto di Caravaggio)

Caravaggio, protetto dai Colonna, farà perdere le sue tracce e anzi la potentissima famiglia romana gli crea un alibi.

Il prezzo è quello di non rivedere più Roma. Morirà 4 anni dopo, proprio mentre tentava di ricomprare la sua impunità e tornare nella Città Eterna, nostalgico com’era di botte, baruffe, mignotte e carciofi. Tutto, terribilmente, romanesco e caravaggesco.

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.