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martedì, Giugno 25, 2019
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Curiosità

I GLADIATORI: CHI ERANO E COME MANGIAVANO

I gladiatori non erano come ce li immaginiamo. Tutto dipende dall'alimentazione. Ecco chi erano i lottatori romani e come mangiavano

Spartacus? Fisicamente somigliava al vostro padre paffutello, notorio sollevatore di birra di fronte alle partite della Juve.

Non ci credete? Eppure era così: il fisico scolpito di Kirk Dougles o Russel Crowe nei 2 colossal basati sulla figura del gladiatore non erano la norma ai tempi dell’Antica Roma. Uno dei padri della medicina, Galeno, il quale era contemporaneo e potette assistere ai combattimenti nelle arene, definì “mollicci” i combattenti. Non pensiate, però, che sia un caso: gli allenatori dei ludii imponevano un’alimentazione particolare poiché funzionale alle attività fisiche dei gladiatori. Vediamo qual era, dunque, la dieta degli antichi lottatori ma prima facciamo un giro nell’antica Roma e in quella che era la vita di questi guerrieri-per-gioco.

Il cibo al tempo dei romani

Per quanto riguarda l’alimentazione romana, l’elemento nutritivo di base era la polta o pulus, un antenato del pane più simile alla polenta che alle attuali pagnotte (la farina bianca dei nostri pani era appannaggio dei più ricchi). La polta veniva poi aggiunta di legumi e verdure. Il companatico era fatto di aglio, cipolle, carote, cavolfiori ecc. Poche erano le proteine animali assunte, soprattutto provenienti da latte di capra o mucca e dalle uova.

I pasti erano suddivisi in:

Jentaculum ossia colazione: in tipico stile italiano, al risveglio non si mangiava molto. Un po’ di pane, miele, frutta secca, latte.

Prandium ossia pranzo: pesce, pane e frutta

Coena ossia cena: polenta (di farro, miglio, frumento o orzo) con aggiunta di legumi, latte, cipolle e formaggio. Cene luculliane, invece, si consumavano tra i ricchi. Si iniziava alle 17 e potevano andare avanti fino all’alba, un po’ come il banchetto offerto dal corrotto Trimalcione, personaggio di Petronio reinterpetato da Fellini, che pure aveva come idolo un gladiatore. In un passo del Satyricon, infatti, Trimalcione vuole ornare la sua tomba con le gesta di Petraite, combattente d’età neroniana.

Le origini dei giochi

A quanto pare, i Romani importarono la tradizione dei giochi gladiatori dagli Etruschi, i quali erano usi organizzare lotte simili in occasione dei riti funebri. Nella Tomba degli Auguri di Tarquinia, Phersu (da cui deriva l’italiano “persona”) tiene al laccio un molosso che attacca un condannato a morte incappucciato e dotato di clava.

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L’affresco nella Tomba degli Auguri: Phersu tiene al laccio un cane che aggredisce un condannato

Un altro indizio è quello che dà Tertulliano (vissuto nel II sec. d. C.), il quale ricorda che i morti venivano rimossi dall’arena per mezzo di uomini vestiti da Caronte, il cui segno distintivo era il martello, simbolo dello psicopompo etrusco Charun.

A Roma, i primi giochi gladiatori ebbero inizio attorno al 264 a.C. L’origine è da ricollegare ai munus, ossia al dovere, da parte dei cittadini ricchi, di restituire alla comunità una parte di quanto si era ricevuto attraverso opere pubbliche e manifestazioni ludiche.

I tipi di giochi erano 3: i munera ordinaria, ossia organizzati per feste comandate, quelli extraordinaria, creati per eventi particolari e i ludii, che non erano finanziati da privati bensì dallo Stato.

Chi erano i gladiatori?

I gladiatori potevano essere sia uomini liberi che schiavi, prigionieri di guerra, galeotti, cristiani o condannati a morte. Molti Romani liberi si concedevano ai lanisti (proprietari e padroni di scuole gladiatorie) per sete d’onori o problemi finanziari. Lo facevano con più voglia, naturalmente, gli schiavi e i prigionieri di guerra, che vedevano nella gladiatoria un modo per migliorare le loro condizioni di vita e, chissà, guadagnarsi il rudis, un gladio di legno generalmente utilizzato per allenarsi sia dai gladiatori che dai legionari, simbolo della ritrovata libertà guadagnata sul campo.

La figura del lanista decadde dopo che la Familia gladiatoria capuana di Lentulo Batiato si ribellò al suo padrone grazie all’iniziativa di Spartaco. Da quel momento in poi, il ruolo di lanista rimase in auge nelle province mentre in Italia il controllo sulle palestre fu centralizzato. Nacque così il Ludus Magnus di Roma.

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La ricostruzione del terreno d’allenamento con le tribune del Ludu Magnus. Qui si esibì anche l’Imperatore Commodo

I ludii erano organizzati come caserme e i più famosi, oltre quello centrale di Roma, erano quelli di Capua (la prima scuola è nata proprio nel 105 a.C. nella città campana) e Pompei. I combattenti avevano le loro peculiarità e venivano seguiti da un allenatore (magister o doctor) e un medico. Il primo si occupava dell’allenamento prima al palo e dello sparring. Ogni gladiatore aveva le sue caratteristiche e si addestrava secondo la sua arte: il reziario usava rete e tridente; il secutor lo affrontava con un casco liscio che non desse appigli e così via. Le categorie di gladiatori erano addirittura 24, mentre gli stili più comuni erano quelli del mirmillone, dell’oplomaco, del reziario, del secutor e del trace (molto richiesto era il dimachaerus, che combatteva con 2 spade e senza scudo). Un altro tipo di gladiatori erano i bestiarii, che affontavano gli animali feroci. Questi si allenavano nei Ludus Matutini ed erano molto apprezzati. Ottaviano Augusto spingeva addirittura perché i figli dei nobili si addestrassero nella lotta con le bestie: fu così che Commodo, figlio di Marco Aurelio e principale antagonista di Massimo Meridio nella fantasiosa versione hollywoodiana del film “Il Gladiatore”, fu realmente definito come “Ercole romano” per aver ucciso una bestia feroce nell’arena (Commodo amava i giochi e sognava di parteciparvi: lo fece all’interno dei Ludus Magnus).

Gladiatori famosi

Sono molti i gladiatori che vengono ricordati dalla storia. Molti graffiti pompeiani narrano le loro gesta e, soprattutto, ne ricordano il successo con le donne. Sembra, infatti, che il loro sangue fosse afrodisiaco. Perfino i loro nomi fanno intendere il successo che avevano con il gentil sesso: si ricordano, infatti, Licentious e Iaculator, mentre i muri di Pompei sono pieni di iscrizioni fatte dai tifosi o dagli stessi gladiatori della scuola cittadina, dove la loro nomea di sciupafemmine è rimaste impressa a futura memoria («È stato qui Florionus e le donne non seppero resistergli e, tranne poche, gli si donarono» oppure «Cresces, che di notte, col suo tridente, cattura nella rete le ragazze» e infine Celadus, «il trace che fa battere forte il cuore delle ragazze»). A Pompei, in una delle celle della scuola gladiatoria sono stati ritrovati 2 cadaveri, di cui uno appartiene a una donna ricca (al momento della morte indossava una collana di smeraldi). La morte l’ha colta durante il suo ultimo incontro amoroso con il suo idolo.

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I Gladiatori conservati a Villa Borghese. A sinistra Licentiosus e a destra Iaculator, entrambi nomi che glorificano le loro prestazioni amorose

La storia dei più famosi gladiatori, poi, si può leggere sia sui muri pompeiani che nelle pagine dei poeti. Marziale, ad esempio, narra la lotta di Prisco e Vero in occasione dell’inaugurazione del Colosseo. Amici, i due s’affrontarono prima con scudo e spada, poi, su ordine di Tito, solo con la spada. Infine, passarono a lottare a mani nude. Poiché nessuno dei 2 riusciva a prevalere, alla fine furono liberati entrambi e ad entrambi fu data la palma della vittoria. Il gladiatore che, ad oggi, risulta aver ottenuto più vittorie è invece Asteropaeus, ben 107, mentre Flamma, un ex soldato siriano, è rimasto famoso per le sue qualità di secutor. Fu gladiatore per 13 anni, sostenne 34 battaglie ottenendo 21 vittorie, 9 pareggi e 4 grazie (per 4 volte rifiutò il rudis). Tutti i suoi scontri si tennero nel Colosseo, dove morì a 30 anni.

Il bestiario più famoso è stato, invece, Carpoforus, di cui parla sempre Marziale. Il poeta romano ne racconta l’uccisione di un leone enorme e di un leopardo («con un colpo di lancia ha ucciso un leopardo in aria»). Quel giorno dell’80 d.C., quando fu inaugurato il Colosseo – i festeggiamenti durarono mesi e furono sacrificati 500 animali feroci – Carpoforus uccise 20 bestie.

Meno conosciute ma seguitissime e molto ricercate ai tempi erano le amazzoni (anche perché, oltre alle protezioni come gli schinieri e la manica dei gladiatori, le donne indossavano soltanto il subligaculum, la mutanda romana, ed erano a seno nudo). Le più famose sono state Amazon e Achillea, che come Prisco e Vero guadagnarono la Mission, cioè la fine del combattimento per aver ben figurato entrambe.

La vita del gladiatore e le cene prima del combattimento

Alla vigilia dei combattimenti, i gladiatori partecipavano ad un grande banchetto detto coena libera, al quale presenziavano anche i loro sostenitori (e per sostenitori si intendono veri e propri tifosi, tanto è vero che nel 59 d.C. pompeiani e nocerini si scontrarono con sassaiole e pugnali dopo un evento in anfiteatro, che dopo ciò fu chiuso per 10 anni).

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Affresco pompeiano con la zuffa iniziata all’interno dell’anfiteatro e protrattasi tra le vie della città

Se per i campioni certe serate erano ormai un’abitudine, per gli altri potevano essere l’ultima nottata sulla Terra. Per cui, molti facevano testamento, si rimpinzavano fino a scoppiare e, se ne avevano, affrancavano gli schiavi. Un gladiatore poteva combattere moltissimo ma in genere affrontava fino ad un massimo di 4 incontri all’anno. Per chi non arrivava alla fama, lo stress era altissimo e molti finivano per suicidarsi.

In media vivevano sui 30 anni e morivano tra i 25 e i 35. Non erano alti, naturalmente, come non lo erano gli esseri umani di 2000 anni fa. L’altezza s’attestava attorno ai 168 cm. La loro conoscenza è aumentata molto dopo il ritrovamento di 22 gladiatori presso Efeso nel 1993. Grazie a tale ritrovamento si è potuto comprendere che erano molto ben curati dopo le ferite rimediate in battaglia e l’allenamento provocava un enorme sviluppo di tendini e muscoli, nonché quello delle ossa e delle articolazioni. Soprattutto la crescita ossea dipendeva dall’alimentazione.

L’alimentazione del gladiatore

La dieta dei gladiatori era completamente diversa rispetto a quella dei cittadini romani. In comune con loro c’era solo il poco consumo di proteine animali. I gladiatori mangiavano principalmente carboidrati contenuti in legumi e cereali (un cibo chiamato gladiatoriam saginam), per cui erano chiamati da Plinio il Vecchio anche “Hordearii”, uomini d’orzo. Di conseguenza i loro pasti erano molto diversi da quelli degli atleti moderni, fatti di molte proteine.

La sanità della struttura ossea, poi, era dovuta ad alti livelli di stronzio, di cui Galeno di Pergamo, uno dei padri della medicina, ci dice essere dovuto ad un ricostituente a base di cenere di ossa e aceto.

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La battaglia tra Astianax e Kalendio

Proprio Galeno, quindi, definisce i gladiatori come “mollicci”. Questo tipo di alimentazione, infatti, aumentava la presenza di grasso, che ricopriva i muscoli e proteggeva, parzialmente certo, gli organi del combattente.

Inoltre, ferite e tagli erano meno invalidanti rispetto a quelli subiti da un uomo che aveva un fisico scolpito. Dunque, una massa pesante e solida aiutava negli incontri e il sangue, che usciva copioso, entusiasmava il pubblico.

Naturalmente, i gladiatori non erano grassi: le loro ossa erano dense quanto quelle degli atleti moderni ed erano degli specialisti alimentati e pagati per lottare.

L’immagine dei gladiatori arrivata fino a noi

I gladiatori rappresentati ultimamente e di cui ci eravamo fatti un’idea di perfezione fisica, dunque, non erano come ce li eravamo immaginati. Questa immagine è dovuta alle statue arrivate fino a noi, la cui fisicità perfetta era solo ideale, non legata alla realtà.

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Fabrizio Doremi
Mi chiamo Fabrizio Doremi e sono un matematico. Ho cominciato a lavorare come consulente IT a 21 anni, poi ho seguito per sei anni lo sviluppo del progetto Conad.it (l’azienda con le persone oltre le cose) e a 28 anni ho fondato Wiloca, con cui ho curato il restyling digitale di Gambero Rosso. E tra il cibo venduto e quello mangiato mi è saltata in testa Foodiestrip. E adesso è realtà. E dato che ho appena passato i quaranta, è arrivata l’ora di tornare all’università per prendere una laurea in scienze della comunicazione. Che se i numeri dovessero venir meno, avrò parole per compensare.