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sabato, Agosto 15, 2020
A CHE ORA SI MANGIA? L’ORARIO DEI PASTI NELLA STORIA
Food Legends

A CHE ORA SI MANGIA? L’ORARIO DEI PASTI NELLA STORIA

Nel Settecento, la nobiltà ha cominciato a pranzare sempre più tardi. Ad un certo punto, il pranzo si teneva alle 19.00. Colazione e cena che fine fecero? Perché ci fu questo cambiamento? Vediamolo assieme al Prof. Alessandro Barbero

Recentemente è uscito un libro del Prof. Alessandro Barbero dal titolo: “A che ora si mangia? Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti (secoli XVIII-XXI)”.

Nella sua opera, lo storico torinese, ormai divenuto star di Youtube per la passione e la profondità dei suoi interventi, analizza il cambiamento della abitudini alimentari focalizzando l’attenzione su numero e orari dei pasti. Dunque, cominciamo il viaggio tra portate e secoli.

Pranzi e cene di una volta

Per millenni, gli orari dei pasti erano governati e fissati dalle necessità umane.
Questo fino al 1700.
Carlo Magno (742-814 d.C.), ad esempio, mangiava ad orari relativamente normali e anzi cercava di anticipare pranzo e cena perché alla corte franca il re pranzava per primo, servito dai notabili più in vista; poi, gerarchicamente si saziavano gli altri.

Una volta, durante la Quaresima, si mise a mangiare prima del calar del sole e un vescovo gli rimproverò quest’inosservanza dei precetti religiosi (il rito obbligava i fedeli a desinare dopo il tramonto). Carlo Magno rispose che allora il vescovo avrebbe mangiato al posto dei servi, condannati a cenare per ultimi e dunque a notte inoltrata se il loro re avesse atteso il tramonto per sedersi a tavola.

Di base, però, anche i gran signori, i nobili e i re prima del 1700 cenavano ad orari canonici. Due esempi che ancora a metà settecento confermano quest’usanza.

1. Goldoni, a Pisa nel 1747, pranzava da un amico alle 13.00; se tardava a lavoro era costretto ad andare in osteria perché dal suo amico entro le 14.00 s’era già pranzato.

2. Nel 1764, Sir James Boswell, nobiluomo scozzese in Europa per il Grand Tour, fa visita a Jean Jacques Rousseau in Svizzera e riceve l’invito per mezzogiorno, così da poter chiacchierare assieme. Alle 14.30, il pranzo è stato già consumato.

Il Settecento e il cambio d’orario

Nel 1700 gli orari cambiano. Tutto inizia in Inghilterra e, secondo Barbero, il motore è lo snobismo delle classe agiate. All’inizio si comincia a mangiare alle 15.00, ma più ci si addentra in quello che Victor Hugo chiamava il Gran Secolo e più il pranzo viene posticipato. Ad un certo punto si arriva a “pranzare” alle 19.00, con la cena che scompare (o, al massimo, diventa un pasteggiare a champagne e piattini freddi dopo il ballo).

Più si mangia tardi e più si appartiene alla nobiltà. Nel 1815, John Quincy Adams è invitato a Londra per pranzo alle 18.30. Quello che sarà poi presidente degli Stati Uniti ed allora era ambasciatore in Inghilterra non trova nessuno in casa: prima delle sette di sera nessuno si siede a tavola, sarebbe da provinciali.

Il pranzo a sera in Italia

A guidare questa nuova moda sono i centri del mondo d’allora, ossia Francia e Inghilterra. In Italia come in Germania, questa tendenza arriva più tardi.

Manzoni, però, ne è contagiato e, nel 1826, per invitare un amico a pranzo scrive: “La nostra ora solita è le cinque”. Ancora nel ’26, quando in Francia a corte, sia prima che dopo la Rivoluzione, l’ora del pranzo era passata dalle 15.00 alle 18.00 (come faceva notare un dizionario parigino del ’27), in Italia un nobile come Manzoni sottolineava la sua schiatta mangiando tardi, seppure era costretto ad informare gli altri perché non tutta la società condivideva la stessa convenzione.

Ma perché si è cominciato a mangiare così tardi?

Principalmente per snobismo. Il ragionamento è semplice: i nobili tirano tardi la sera tra spettacoli, feste, balli e tavolo da gioco. La mattina s’alzano tardi e il pranzo viene sempre più posticipato. Soprattutto, è un modo per diversificare la propria casta da quella dei borghesi e dei villani, destinati ad alzarsi presto la mattina e quindi a pranzare e poi cenare. Meschinelli! Loro sgobbano…

In un manuale di buone maniere parigine, stavolta scritto nel 1821, si dà anche un’altra motivazione: per l’autrice lo slittamento nel pomeriggio del pranzo è dovuto alle occupazioni: nobili e borghesi non vogliono fermare il lavoro, per cui proseguono fino alle 16.00 (e poi, come detto, fino a ben più tardi). Ciò sottolinea anche il fatto che dopo quell’ora, o comunque dopo il pasto, non si torna in ufficio.

Anzi, nel Parlamento inglese, a metà Ottocento, i parlamentari ottengono la creazione di una buvette, proprio perché con i lavori che iniziavano alle 16.00, verso le 18.30-19.00 tutti lasciavano il loro scranni alla Camera per andare a mangiare. La buvette permetterà così di far restare al loro posto i deputati.

Cambiano le abitudini

Lo slittamento in avanti del pranzo, portata principale della giornata, porta alla cancellazione (o quasi) della cena o della colazione.

Quest’ultima salta soprattutto se ci si è svegliati tardi, ma cosa accade se invece la sera prima non s’è fatta nottata? Facile, si fa una colazione alla forchetta: mezzo pollo, una bottiglia di vino bianco e frutta. Insomma, il breakfast inglese con uova e pancetta nasce in questo periodo e per questo motivo.

La cena, invece, o scompare o la si fa molto tardi.

D’altronde, non sorprende che il pranzo bastasse. Tra Settecento e Ottocento i pranzi di nobili e anche dei borghesi erano luculliani. Un pasto dignitoso, secondo Pellegrino Artusi, doveva comprendere 4 portate di carne, con un fritto, un bollito, un arrosto e un umido.

In un suo lavoro, Artusi descrive così un moderato pranzetto d’agosto: tagliolini in brodo, prosciutto e melone, bollito di vitello con fagiolini e besciamella, voulevant ripieni di rigaglie, cotoletta di vitello col prosciutto, tacchino arrosto con insalata. Per chiudere, frutta e formaggio.

Gli orari del pranzo cambiano e cambia il linguaggio

In Italia, molti cominciano a chiamare “mattina” tutto il periodo che viene prima del pranzo. Un periodo della giornata, quindi, che può arrivare fino al tramonto.

Altri, invece, chiamano “dopopranzo” la porzione del giorno che segue le 12.00, come avviene oggi. È un controsenso che viene percepito da Gioacchino Belli, che in un suo sonetto scrive: “Dopopranzo dà un pranzo il sor Michele”.

In francese, poi, e di conseguenza in inglese, il termine “le dìner” crea confusione. Dìner vuol dire pranzo in Francia, ma in Inghilterra, a causa del vezzo di spostare sempre più verso sera il pasto principale della giornata, dìner diventa dinner, la cena, che pure originariamente voleva dire pranzo.

In Francia, poi, quello che era il vecchio termine per pranzo, dìner appunto, viene oggi sostituito con dejeuner, mentre la colazione è detta petit dejeuner.

Nei secoli, però, e con il ritorno alle vecchie abitudini per tutta la società, in Francia e Inghilterra si sono abituati a dare al termine una volta utilizzato per pranzo il significato di cena.

In Italia, invece, solo qualche snob chiama ancora il pranzo “colazione” (in alcuni dizionari esiste anche “seconda colazione” per pranzo) e la cena “pranzo”.

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Fabrizio Doremi
Mi chiamo Fabrizio Doremi e sono un matematico. Ho cominciato a lavorare come consulente IT a 21 anni, poi ho seguito per sei anni lo sviluppo del progetto Conad.it (l’azienda con le persone oltre le cose) e a 28 anni ho fondato Wiloca, con cui ho curato il restyling digitale di Gambero Rosso. E tra il cibo venduto e quello mangiato mi è saltata in testa Foodiestrip. E adesso è realtà. E dato che ho appena passato i quaranta, è arrivata l’ora di tornare all’università per prendere una laurea in scienze della comunicazione. Che se i numeri dovessero venir meno, avrò parole per compensare.