COSA MANGIAVA L'ESERCITO DI NAPOLEONE? - Foodiestrip.blog
venerdì, Dicembre 6, 2019
, COSA MANGIAVA L’ESERCITO DI NAPOLEONE?, Foodiestrip.blog
Food Legends

COSA MANGIAVA L’ESERCITO DI NAPOLEONE?

Napoleone usava dire che «I soldati marciano con lo stomaco» e tutti gli eserciti napoleonici impiegavano enormi risorse per sfamare le armate. Ecco cosa mangiavano i soldati e come si sfamavano

Il momento decisivo del secolo diciannovesimo

Un magnum di champagne

Mentre lo massaggiavano con aglio e schnaps per alleviare le contusioni rimediate in battaglia, il «vecchio Blücher» sentiva il bisogno di fermare lo stomaco con un magnum di champagne.

Quando se lo scolò, si sentì meglio.

Era bagnato, aveva cavalcato tutto il giorno sotto la pioggia battente, e a Ligny gli avevano ammazzato il cavallo mentre dirigeva una carica di cavalleria. Aveva persino rischiato di essere catturato e l’aveva salvato un attendente, svelto a coprirlo col proprio mantello mentre i corazzieri francesi battevano la zona.

Aveva settantadue anni. Cominciava ad essere stanco di tutto questo.

Eppure – anche qua, forse merito dello champagne – non aveva perso le proprie buone maniere. All’ufficiale di collegamento inglese Henry Hardinge disse: «Ich stinke etwas», puzzo un po’. Chissà quanto c’avesse fatto caso Hardinge: una palla di cannone, con l’aiuto dei chirurghi, gli aveva appena tranciato il braccio.

Ora, il Feldmaresciallo Blücher era di nuovo in sella. Di nuovo, sotto la pioggia. Affiancava i suoi ragazzi mentre si dirigevano verso nord. Ma se i suoi soldati lo amavano, i tecnici lo ritenevano un inetto, uno «che non capisce assolutamente nulla di come si conduce una guerra». Chi contava davvero era il suo capo di stato maggiore Von Gneisenau, che pure voleva tornarsene verso Liegi e Namur, dove i prussiani avevano le loro piazzeforti. Evidentemente, l’uomo che aveva riorganizzato l’esercito di Federico il Grande, dopo le batoste di Jena e Auerstadt, ne aveva avuto abbastanza con Ligny. E poi, di Wellington e degli inglesi non si fidava affatto.

Blücher, scaldato dalle bollicine francesi (chissà se erano quelle della vedova Cliquot) si rifiutò di tornare a est. Ad Hardinge aveva promesso di appoggiare Wellington, che sconfitto a Quatre Bras, accorciava su Mont-Saint-Jean.

Quella notte, nell’estate del nord, sotto la pioggia, cambiò la Storia. Fu «il momento decisivo del secolo» secondo lo stesso Wellington, che pure minimizzerà in seguito i meriti dei prussiani. Ma è evidente che aveva ragione il Piccolo Caporale, Napoleone: «Dovrebbe accendere un cero al vecchio Blücher. Senza quello là, non so dove sarebbe ora Sua Grazia (Wellington, ndr), come lo chiamano loro. Di certo, io ora non sarei qui». A Sant’Elena.

Ma in quel momento, a cavallo sotto la pioggia, con i suoi uomini a strisciare nel tenace fango belga, dopo un magnum di champagne, Blucher non sapeva nulla del futuro.

Scelse solo di marciare a nord.

Verso Wavre.

Verso Waterloo.

, COSA MANGIAVA L’ESERCITO DI NAPOLEONE?, Foodiestrip.blog
“Scotland Forever”, dipinto di Elizabeth Thompson che riprende la carica degli Scots Grey guidati da Sir Ponsonby a Waterloo

Mangiare e marciare.

«I soldati marciano con lo stomaco». Quando Napoleone, a 26 anni, divenne generale dell’Armée d’Italie, si trovò alla testa di un esercito al quale mancava praticamente tutto, dalle scarpe ai salari fino agli approvvigionamenti. Con la sua straordinaria energia riuscì a recuperare tutto il necessario, prima facendosi finanziare con 3 milioni di franchi da ebrei genovesi e poi imponendo forti «contributi» agli stati italiani. In breve riuscì a sfamare il suo esercito, seppure si scontrò spessissimo con le ruberie di consorzi e finanziatori (al suo rientro a Parigi, nel ’98, sua moglie Giuseppina s’infilò in un losco affare con le aziende di fornitura degli eserciti assieme al suo amante Hyppolite Charles, che aveva lasciato il servizio attivo per dedicarsi a questo tipo di business).

Dunque, le forniture e l’alimentazione delle armate rivoluzionarie prima e napoleoniche poi rappresentarono un grande problema e un affare per pochi. Sfamare le armate fu sempre complicato per il Piccolo Caporale, anche se le cose miglioravano quando i francesi si trovavano in territori amici. Naturalmente, però, gli eserciti di Napoleone combatterono ovunque, dall’Egitto alle steppe russe in inverno.

In Egitto, nel deserto, i soldati si nutrirono di cocomeri, banane e pesce. I soldati, sotto il sole, a piedi, con generali come Lannes e Murat che gettavano a terra i loro bicorni mentre alcuni dragoni s’affogavano nel Nilo, faticavano anche a trovare l’acqua ma si lamentavano soprattutto per l’assenza del vino. Quando un fante si rivolse a Napoleone dicendogli: «Generale, è così che volete portarci in India?», Bonaparte rispose: «No, con un soldato come te non ci andrei di certo».

Naturalmente, però, i soldati avevano i loro metodi per procacciarsi del cibo. Si formarono in ogni campagna gruppi di ricerca, e i soldati tastavano il terreno con le baionette alla ricerca di derrate nascoste (un escamotage rimasto comune fino alla Seconda Guerra Mondiale, infatti, era quello di nascondere persino il bestiame in fosse sottoterra). Per lo stesso motivo i soldati si muovevano in coppia: il primo guidava i passi del secondo che setacciava gli alberi in cerca del cibo nascosto dai contadini. L’astuzia dei fanti raggiunse vette incomparabili quando cominciarono ad inventare compagnie inesistenti per giustificare le assenze dei compagni durante l’appello.

Era in questi momenti, però, che l’esercito francese s’inimicava i territori ospitanti con ruberie e, in casi estremi, stupri e assassinii. Di conseguenza Napoleone e i suoi generali punivano fortemente i saccheggi, a volte con la morte (il còrso era famoso per le sue punizioni sui generis: in Egitto fece bastonare i ribelli de Il Cairo sulla pianta dei piedi, procedimento assai doloroso; in Italia, nella prima campagna, per scoraggiare le prostitute che seguivano l’esercito, fece cospargere i loro volti con la fuliggine; a Jaffa, un medico che si rifiutò di visitare i malati di peste fu fatto camminare in giro per la città con addosso la scritta: «Quest’uomo non è un francese: ha paura della morte»).

, COSA MANGIAVA L’ESERCITO DI NAPOLEONE?, Foodiestrip.blog
Napoleone visita il lazzaretto degli appestati a Jaffa in un dipinto di Antoine-Jean Gros

In più, il cibo diventava pericoloso: oltre a far perdere le guerre, lo stomaco vuoto portava a creare squadre che si allontanavano dal nucleo dell’esercito. Di conseguenza, i soldati finivano tagliati fuori e subivano imboscate soprattutto in Spagna, dove la guerra fu anche guerriglia.

Ma quali erano le forniture e cosa mangiavano i soldati?

Come detto, in tanti si arricchirono sotto l’Impero lucrando sul vettovagliamento nonostante il rischio di fucilazione. Anche quando Napoleone militarizzò il processo, le ruberie continuarono. D’altronde, la rapidità con cui si muovevano i francesi facevano sì che le salmerie, trainate da buoi, rimanessero indietro, per cui spesso i soldati portavano con sé lo stretto necessario.

Questo stretto necessario è difficile da descrivere, poiché poteva variare di molto. In caserma, i soldati consumavano la prima colazione con caffè e pane. A pranzo e cena (alle 10 e alle 17), alternavano pane bianco, legumi secchi, acquavite, aceto (durante le guerre), 250 grammi di carne a testa (ossa e grasso compresi).

Difficile dire quando e cosa mangiavano durante le campagne. Spesso, i soldati usavano la baionetta come spiedo, cosa assolutamente vietata, mentre della loro panoplia faceva parte la gamella, la cui forma cambiò nel corso degli anni proprio per la trasportabilità. Certamente, questa grande pentola, dal diametro di 30-35 cm, era portata dal più giovane in servizio all’interno della squadra, che era formata da 8-10 persone. I soldati mangiavano attorno alla gamella con il loro cucchiaio di legno, con la mano libera dietro alla schiena, e facendo attenzione a non sporcare la divisa.

Solo i sottoufficiali o i soldati della Guardia Imperiale, a quei tempi i migliori soldati del mondo (in particolare la Vecchia Guardia, i quali avevano affrontato svariate campagne), avevano il diritto di usare una propria gamella di terracotta, nelle quali versavano il rancio.

Il rancio cambia il linguaggio

Il rancio delle truppe napoleoniche ha dato nuove parole al francese. I soldati, infatti, chiamano “scoperta” (trouvaille) il cibo rubato, l’acquavite (elemento fondamentale assieme al vino per tutto l’esercito francese e anche per quello delle altre nazioni) era detta “spacca-petto” (casse poitrine); un brindisi è il “cannone” (cannon). Il soldato che mangia poco è un “ventre-rotto” (casse ventre), quello che mangia parecchio ha fatto “fricot” (ragù, poiché “fricot” stava anche per sbobba, rancio).

Vino, carne, sale, cipolle e riso: gli approvvigionamenti dell’Armee

Per l’Armée e per le precedenti armate rivoluzionarie, le materie prime fondamentali e sulle quali si concentravano gli sforzi per l’approvvigionamento erano:

La Carne: la razione di carne era di circa 250 grammi al giorno per soldato. Doveva essere priva di sangue, asciutta e bella da vedere. Le frattaglie erano escluse dalla distribuzione. La carne doveva essere anche fresca, per cui la macellazione del bestiame doveva avvenire prima della consegna.

Il Riso: se ne dava un’oncia a testa (28,465 grammi). In mancanza di riso, potevano essere distribuite due once di legumi secchi.

Il Sale: ogni giorno veniva dato un trentesimo di libbra (15 grammi) di sale. Non deve sorprendere: il sale era fondamentale anche per la conservazione degli alimenti, nonché per l’igiene (stesso valore avevano aceto e acquavite)

Il Vino: il vino era importantissimo per tenere alto il morale delle truppe e mandarle in battaglia, tanto che se ne consegnava una pinta di Parigi al giorno per ciascun soldato (0,58 litri). Non averlo creava malumori enormi e spesso Napoleone lo faceva distribuire ulteriormente dopo le vittorie (soprattutto quando stava per andare a male). Anche per il vino si cercava di procacciare quello di buona qualità, naturale e senza alcuna aggiunta.

Le Cipolle: in tempo di magra, le cipolle erano decisive. Facili da trasportare, potevano anche essere mangiate crude. A loro venne perfino dedicata una canzone, lo Chant de l’oignon (immaginate centinaia di uomini che avanzano per uccidervi cantando “Amo la cipolla fritta”; ridicoli o ridicolmente temerari). Ecco la traduzione di una strofa del canto:

Amo la cipolla fritta,

Amo la cipolla fritta nell’olio,

Amo la cipolla quando è buona…

Una sola cipolla fritta nell’olio,

Una sola ci trasforma in leoni…

, COSA MANGIAVA L’ESERCITO DI NAPOLEONE?, Foodiestrip.blog
L’ultimo quadrato della Vecchia Guardia a Waterloo. Il generale Cambronne si rifiutò di cedere alle cannonate inglesi dicendo: “La Guardia muore, ma non si arrende”. O, più probabilmente, l’immortale “Merde!”

Le ricette dell’Armee

Per chi volesse provare a riprodurre un pasto di uno squadrone di ussari o del 57° di linea “Le Terrible”, ecco alcune ricette giunte a noi direttamente da Marengo, da Austerlitz, Wagram, Eylau o Waterloo.

La zuppa regolamentare

Ingredienti: 12 litri d’acqua, 6 kg di carne, 8 grammi di sale per litro d’acqua, legumi (a scelta)

Prendete una marmitta da squadra (per 10 persone circa) e versate il tutto (per la carne si calcola una libbra per uomo, pari a 0,45359 Kg). Fate bollire per poi schiumare, abbassate il fuoco e aggiungete otto grammi di sale per ogni litro d’acqua. La zuppa dovrà bollire 5 o 6 ore, e due ore prima di consumarla vanno aggiunti i legumi. Il pane va aggiunto quando si sarà ridotta la zuppa. Poi si lascia tutto al caldo. Si noti che la carne non è specificata (si mangiava quella che si trovava o era stata data alla distribuzione), e comprendeva le ossa. Il pane era spesso raffermo e veniva quindi aggiunto alla zuppa.

La zuppa di cipolle

Ingredienti: 8 grosse cipolle, 5 cl d’olio, 3 litri d’acqua, 12 fette di pane raffermo, sale e pepe

Come detto, alle cipolle i soldati dedicarono addirittura una canzone. Questa zuppa è molto semplice: dopo aver fatto indorare le cipolle tagliate fine con olio e pepe, aggiungete l’acqua, il sale e al primo bollore aggiungete il pane raffermo. Servite il tutto con il formaggio (groviera o parmigiano).

Pane di Genova

Ingredienti: 1 kg di riso, 500 grammi di mandorle tritate in polvere, 500 grammi di cacao, acqua e 10 grammi di cannella

Si tratta di una ricetta inventata dal cuoco Fauvel in ricordo dell’assedio di Genova nel 1800, nel corso del quale morirono migliaia di civili e soldati. A capo dell’armata assediata da inglesi e austriaci c’era Masséna, che non perdonò mai a Napoleone di non essere accorso a Genova e, al contrario, gli avesse preferito un’altra strategia (che portò alla fortunata e decisiva vittoria di Marengo). Fu ricordando quell’assedio che Napoleone, nel memoriale di Sant’Elena, disse di non essere abitutato a condurre la guerra «all’acqua di rose», e anzi accusò Massena di non aver resistito quei due giorni in più che gli avrebbero permesso di tenere occupate le truppe di Ott. Tornando alla ricetta, cuocete il riso in una quantità d’acqua necessaria perché si amalgami e si gonfi senza attaccarsi, formate una pasta consistente e, a metà cottura, aggiungete le mandorle, il cacao, la cannella e il riso.

Pisto (o peperonata)

Ingredienti: 600 grammi di peperoni, 600 grammi di pomodori, 300 gr di cipolle, aglio, olio e sale

Si tratta praticamente della nostra peperonata: mettete le cipolle a indorare nell’olio e aggiungete l’aglio. Subito dopo aggiungete i peperoni spellati, i pomodori, e lasciate cuocere finché i peperoni non saranno teneri.

 

Bibliografia

Per questo testo, si ringrazia il lavoro di Livio Simoni e Arnaldo Liberati, il quale ha scritto vari saggi e un romanzo (“Cielo cupo,cielo di tempesta”) sul periodo napoleonico, ed è Reenactor nel “ClubFiorile” . Ecco, invece, la bibliografia di riferimento, citata dallo stesso Liberati:

Andrew Roberts – Napoleone il Grande

Avrillon- Mèmoires de mademoiselle

Avrillon- Premiere femme de chambre del’impèratrice Josèphine – Paris 2003

Blaze- The memoires of captain ElzèarBlaze – Inghilterra 1995

Coignet – Mèmoires d’un officier del’Empire-Paris

Dubreton J.Lucas – Soldats de Napoleon– 1948

Ger vais- Souvenirs d’un soldat de l’Empi-re-Paris 2002

Griois -mèmoires du gèneral- Clamecy 2003

Escalette J-Paul –Des grognard à Napo-lèon- Les cuisines de l’Empire – Barcelone 2004

 

Commenti

Commenta qui .....

This post is also available in: English (Inglese)

Leave a Response

Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.