lunedì, agosto 20, 2018
Chiara Ribechini muore al ristorante
Linea Diretta

CHIARA RIBECHINI, ALLERGICA, MUORE AL RISTORANTE: DI CHI LA COLPA?

Chiara Ribechini era allergica a uova e latticini. È morta dopo aver cenato nel suo ristorante (agriturismo) preferito. Di chi la colpa di una simile disgrazia? Vale la pena trovare un colpevole?

Chiara Ribechini (dalla pagina facebook dedicata alla sua memoria)

«Chiara, il solito?»

Chiara Ribechini, domenica scorsa, ha fatto un’aggiunta al suo solito menu. Vellutata di piselli in crosta di pane, bruschette e penne al ragù di cinghiale. Ecco ciò che ha ordinato.

Finisce la cena; «Mi è morta tra le braccia».

Chiara muore a 24 anni assistita dal suo fidanzato, in macchina e di ritorno a casa dal ristorante. Muore in seguito a uno shock anafilattico: era allergica a uova e latte. Gli amici e il suo ragazzo, a quanto pare, gli avevano sconsigliato di variare il menu, e volevano cambiare locale quella sera, perché al loro solito agriturismo c’era un matrimonio.

Il mostro dietro alle sbarre. Ora!

Come ci si pone davanti ad eventi simili? Se fosse stata la prima volta di Chiara in quel determinato locale, compiacendoci della nostra sensatezza avremmo potuto dire: “È stata imprudente!”, o riferendoci al locale: “Si sa che i ristoranti se ne fregano delle allergie. La faciloneria impera!” (purtroppo, spesso è vero, e i genitori di Chiara lo hanno voluto sottolineare rivolgendosi all’intero settore della ristorazione).

Eppure, Chiara era una cliente abituale. Si fidava dell’agriturismo, e l’agriturismo aveva dimostrato attenzione nei suoi confronti. La 24enne ne era tanto soddisfatta che aveva deciso di celebrarci il suo matrimonio.

È stata una bruschetta ad ucciderla, l’unica portata servitale che non fosse stata prodotta dall’azienda agricola annessa.

Una bruschetta.

Ora, Chiara Ribechini è morta, e l’amministratrice della struttura è indagata per omicidio colposo.

Di nuovo: come ci si pone davanti a una disgrazia simile?

Quando cerchiamo di dare una colpa a qualcuno lo facciamo per dare un senso all’evento. Causa-effetto. È successo perché… Lo facciamo per sentirci meno soli, meno spaesati, meno piccoli. È l’atteggiamento che i bambini assumono ogni qualvolta accade loro qualcosa che faticano a comprendere: “È stato lui!” dicono.

La disattenzione del ristorante è stata fatale a Chiara. Abbiamo dunque trovato il colpevole? Pure i farmaci, però, hanno le loro colpe. Non le hanno salvato la vita. È anche colpa dei farmaci, dunque, e di chi glieli ha prescritti (sembra che l’ago si sia piegato al momento dell’iniezione)?

Una storia simile è paragonabile ad un padre che uccide il proprio figlio neonato perché, addormentatosi col bambino sulla pancia, lo soffoca voltandosi.

Superficialità. Una disattenzione. Una disgrazia.

E forse la chiave di tutto è qua. La legge troverà il colpevole: la disattenzione della cucina, e a pagare sarà chi ha la responsabilità giuridica della struttura. Una persona che in cucina neppure c’era e che quella bruschetta neanche l’ha vista.

Qualcuno pagherà, e il senso dello Stato sarà rispettato. Continuerà a mancarci, invece, il senso di tutta questa storia. Quel senso che solo la risposta argomentata al “perché?” della morte di Chiara potrebbe darci.  Ma le disgrazie hanno cause contingenti (la dimenticanza della bruschetta, i farmaci che non hanno fatto effetto) che descrivono colpe buone per i tribunali. Certi “perché”, invece, non hanno argomenti a sostegno.

Umanamente, un evento simile rimane “uno stato di privazione della benevolenza, della simpatia, del favore da parte -non- di un’altra persona”, ma della sorte (o, se preferite, di Dio). Rimane una disgrazia. E perché la sorte (o Dio) abbia dimenticato Chiara proprio quella sera, proprio per quella bruschetta, non lo sapremo mai. Non avrà mai senso, perché mai lo avranno le disgrazie. Preoccupa, però, il fatto che alcune sentenze si innestino su eventi il cui significato ci sfugge sia profondamente che – appunto – umanamente.

Alla fine, quella di Chiara è una storia cortocircuitata in cui, come in un quadro di Escher, tutto finisce per essere circolare. L’immagine, per quanto reale nella forma, perde di senso. Manca il senso, non la realtà. Una bruschetta…

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.