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mercoledì, Novembre 20, 2019
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Idee

MR PINK RISCHIA GROSSO

Nata in Europa per mano dell’aristocrazia, oggi l’usanza della mancia ha assunto declinazioni diverse a seconda del paese in cui ci si trova

Il nostro viaggio geografico parte dagli Usa, dove il sistema delle mance è fondante.

Saru Jayaraman, in Forked: A New Standard for American Dining, fa risalire la tradizione di dare mance alla schiavitù. Nel suo libro, infatti, cita un reporter, John Speed, che nel 1902 ebbe a dire: <<Non avevo mai conosciuto servi che non fossero negri. I negri prendono mance, certamente; uno da loro se lo aspetta – è un segno della loro inferiorità. Ma dare soldi a un bianco mi stava imbarazzando>>.

Nonostante, dunque, quello delle mance sia un sistema legato alla schiavitù (e la nascita dell’usanza in Europa non è affatto diversa) oggi negli Usa si parla addirittura di “tipped employees”, ossia di dipendenti il cui salario dipende principalmente dalle mance. Questi lavoratori, infatti, percepiscono circa 2,13 dollari all’ora, e i loro guadagni non sono cambiati negli ultimi 20 anni (a fronte di un aumento medio degli emolumenti negli altri settori pari al 53%). Di conseguenza spetta all’avventore pagare il servizio, e le mance devono corrispondere al 15-20% del conto.

Negli Usa, dunque, vi correranno dietro se siete come Mr Pink del film “Le Iene” di Tarantino, ossia se siete uno che non lascia mance per principio.

Lo stesso capita in SudafricaEgitto e Ciledove per il basso livello dei salari è consigliabile lasciare una mancia (in Cile e Perù viene detta “propina”) pari al 10% del conto.

Completamente diversa è l’usanza in paesi come la Corea del Nord, la Thailandia e il Giappone, nei quali la mancia è vista come una forma d’elemosina.

In Europa, invece, il servizio è generalmente compreso nel prezzo della prestazione, e lasciare qualcosa in più è a discrezione del cliente.

Il viaggio di foodiestrip nel mondo della mancia prosegue: nei prossimi articoli vedremo quali tecniche un cameriere può utilizzare per implementarne il numero e come è bene suddividerle tra il personale.

 

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Pierluigi Capriotti
Mi chiamo Pierluigi Capriotti per la precisione. Nonostante una laurea in architettura faccio il giornalista. Scrivo sull’onda di monomanie transitorie e di altre croniche come la lettura, il futbol, i viaggi e il cibo. Quando scrivo faccio molti incisi – perché mi sembra sempre che ci sia da dire di più. Perché negli incisi infilo le mie passioni. In modo che siano sotto gli occhi di tutti ma da scorrere con discreta disinvoltura. Non ho mai tenuto in grande considerazione la saggezza. E, graziaddio, questo mi ha permesso di partire, con un matematico spiritualcreativo, un ingegnere informatico che suona il tema di Star Wars con le palette del caffè e un businessnerd a bordo di Foodiestrip. Con biglietto di sola andata. Senza ipotesi di ritorno.